Nel 1945 il primo problema da affrontare era, naturalmente, quello della ricostruzione e della riconversione industriale. L’inflazione era piuttosto elevata, dato che molto si importava dall’estero e la moneta nazionale era debole. Soltanto l’aiuto internazionale poteva consentire di ovviare alle difficoltà valutarie (come in effetti, avvenne). La scelta di politica economica optata dal liberale Luigi Einaudi fu di segno restrittivo. Per reimmettere il paese nel circuito internazionale, questi si adoperò per contenere il bilancio pubblico, l’inflazione e per cercare di attrarre capitali esteri.

Migliorò – come sempre avviene in questi casi – la competitività delle imprese, ma al prezzo di comprimere i consumi. La situazione dell’occupazione rimase grave. I sindacati erano debolissimi. Dopo le elezioni del 1948 si acuì, ineluttabilmente, lo scontro sociale. Si trattò, in sintesi, di una fase durante la quale la politica scelse di concedere mano libera alla Confindustria affinché le imprese raggiungessero il “grado di accumulazione” desiderato. Ma non era la sola e unica via.

Può dirsi che, nei primi anni ’50, fra mille difficoltà, il consolidamento e l’ampliamento dell’industria pubblica – nata con l’IRI durante l’emergenza della grande depressione negli anni ’30 – assunse una connotazione di precisa politica economica, risultante dalla presa d’atto dei fallimenti del mercato privato. L’avanguardia progressista della DC – Gronchi, Fanfani, Mattei, Vanoni – auspicava riforme sociali e maggiore interventismo del settore pubblico. La politica economica andava coordinata, e lo sviluppo poteva essere frutto di una programmazione mirata.

Gli interventi politici dovevano puntare all’incremento dell’occupazione – per soddisfare l’elevata offerta di lavoro esistente –, alla riduzione della povertà e al riequilibrio delle disparità regionali. In tale processo non erano da disdegnare l’apertura ai socialisti e il coinvolgimento dei sindacati, anche al fine di un ampliamento della base democratica del Paese. Echi di Keynesismo, ma anche influenze derivanti dal “New deal” americano.

Una postura dell’economia italiana a metà strada, fra il liberismo capitalistico e il collettivismo sovietico. Un’economia mista, con un assetto che poteva mettere in concorrenza impresa pubblica e impresa privata; mercato, sì, ma anche presenza pubblica attiva, oltre che in funzione regolatrice. L’opposizione al liberismo era netta e coerente.

L’impresa pubblica non doveva costituire semplicemente un collettore di risorse sprecate – come una certa vulgata, tutt’oggi in voga, ha affermato – bensì un coagulo di efficienza produttiva e di funzione sociale. Sul piano produttivo un’organizzazione non inferiore a quella privata, e tuttavia ad essa diversa – addirittura alternativa – sul piano dell’interesse perseguito. (Peraltro, la stessa Costituzione repubblicana precetta, agli articoli 41 e 42, la responsabilità sociale dell’impresa).

La gerenza dell’impresa pubblica non doveva sottostare e obbedire a interessi particolaristici, ma andava orientata a obiettivi di interesse generale. In tale prospettiva, inoltre, è compito dello stato fornire il capitale per lo sviluppo e raccogliere le risorse che l’economia privata non mette a disposizione della collettività. L’azienda pubblica è dunque lo strumento attraverso il quale il capitale si tramuta in investimento.

Mattei era fra coloro che comprendevano appieno i limiti dell’industria privata e peroravano la causa dell’inevitabile ruolo interventista dello stato, al quale andava – in più – affidato il presidio dei settori strategici. Una visione condivisa da Ezio Vanoni, ricordato per aver dato un notevole apporto alla dottrina sociale del partito, per essere stato più volte ministro fra il ’47 e il ’56 e protagonista dell’omonimo Piano, detto “schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito”. Nel 1956 nacque il Ministero delle Partecipazioni statali e risale al 1958 il primo governo di Amintore Fanfani. Si tratta del periodo di maggiore sintonia fra Mattei e la Democrazia Cristiana.

Torniamo un momento agli attacchi contro Mattei. E’ bene farne un’illustrazione, perché il contenuto di quegli attacchi propaga la sua eco fino alla politica dei giorni nostri. Un impresa pubblica – si diceva – non sarebbe stata capace di affrontare compiti che richiedevano risorse e apposite specializzazioni tecniche; inoltre, avrebbe oltraggiosamente turbato il “mercato”. Quanto alle risorse per gli investimenti, già allora era risaputo che il settore pubblico può contare su svariate opzioni politiche per procurarle. (Quando poi si tratta di settori strategici come l’energia e di monopoli “naturali”, abbiamo già visto cosa pensasse Mattei nel ’49).

Per quanto riguarda le specializzazioni tecniche, basti un esempio: quando Giorgio La Pira chiese soccorso a Mattei al fine di evitare la chiusura dello stabilimento metallurgico il Pignone – a Firenze – questo non solo venne salvato, ma divenne un’azienda del gruppo dell’Eni dedicata alla produzione di equipaggiamenti e attrezzature per il settore petrolifero. Il livello dei prodotti fu tale da poter esportare e vendere tecnologia alle compagnie estere del settore. (Per la cronaca, nell’occasione Ernesto Rossi – uno degli estensori del celebrato “Manifesto di Ventotene – aveva accusato di “Peronismo” il Sindaco di Firenze).

Dunque, tutto venne puntualmente smentito, tranne che il terzo punto, nel senso che il “mercato” venne, in effetti, turbato. Ma a favore della collettività! Perché in realtà, il Presidente dell’Eni aveva compreso (di concerto con la “sinistra DC”) che ai fini dello sviluppo del paese, bisognoso di energia a buon mercato e anelante la fuoriuscita dalla condizione di minorità in cui esso si trovava, occorreva agire in funzione “antimonopolistica” rispetto agli interessi dei pochi gruppi privati che si erano imposti nel periodo precedente e che erano stati collusi con il regime fascista.

Durante gli anni ’30 l’apparato industriale era formato da appena una decina di gruppi egemonici. La Grande depressione del capitalismo e le richiesta di salvataggio allo stato avevano fatto emergere l’Iri (Istituto di ricostruzione industriale), che era andato così ad affiancarsi ai suddetti grandi gruppi. E la concentrazione nel comparto finanziario era ancora maggiore.

Nel settore produttivo imperavano situazioni di oligopolio o addirittura di monopolio, specialmente negli ambiti strategici, quali appunto le fonti di energia, l’auto, la chimica. Al termine della guerra, la mancanza di energia a prezzi accessibili era particolarmente serio. L’apparato produttivo pativa altresì una dimensione qualitativa arretrata, dato che l’ingente mole di profitti assicurata ai maggiori gruppi imprenditoriali dalla situazione di “protezione” di cui avevano goduto non si era – evidentemente – tradotta in investimenti efficaci.

Tutto questo non deponeva certo a favore dei “privati”, i quali tuttavia, come è ovvio, persistevano nella loro opera di demonizzazione di riforme – come gli enti pubblici economici e le partecipazioni statali che – eppure, a differenza della loro prospettiva privatistica – abbozzavano un disegno di interesse generale. Si tratta di una distinzione fondamentale, da tenere presente anche laddove si voglia mettere sotto processo la realizzazione concreta e il successivo funzionamento delle partecipazioni statali in Italia.

Altri attacchi all’indirizzo dell’Eni, infine, concernevano lo statalismo economico, raffigurato nientemeno come una sorta di prosecuzione del fascismo (Don Luigi Sturzo) e il prezzo di fornitura del metano (Indro Montanelli; il quale si sarebbe magari potuto chiedere cosa sarebbe successo se a “fare” il prezzo fosse stato un monopolista privato).

Eppure già dal ’53 Mattei si era distinto nella sua “missione”: la Montecatini dominava il mercato dei fertilizzanti e si permetteva una strategia di prezzi elevati. Dal metano si poteva ricavare nitrato di ammonio e procurarlo – a prezzi modici – al settore agricolo. Ma la Montecatini rigettò l’offerta favoritale da Mattei. Allora l’Eni andò avanti per proprio conto, entrando nell’industria chimica con una quota di partecipazione dell’Azienda nazionale idrogenazione combustibili. La susseguente riduzione di prezzo dei fertilizzanti andò a beneficio – soprattutto – degli agricoltori del Mezzogiorno.

Altro esempio di funzionamento dell’iniziativa pubblica di Mattei fu la riduzione del prezzo della benzina, già agli inizi inferiore del 5% rispetto a quello vigente. Il disdoro delle “Sette sorelle” fu piuttosto acuto, considerato che in forza del loro accordo oligopolistico esse potevano mantenere invariati i prezzi dei carburanti anche durante le contingenze nella quali l’offerta di petrolio aumentava e/o calavano i costi di trasporto. Allora il prezzo risultava per circa 1/5 da costi di produzione, per 2/5 da “Royalties” e per 2/5 dai profitti delle compagnie. Nel 1961 il prezzo della benzina italiana era caduto fino al 25%.

L’Eni non fu solo politica aggressiva dal lato dei prezzi, ma anche esempio di efficienza e di diversificazione settoriale. La costruzione della capillare rete dei distributori dell’Agip, venne imitata in seguito da parte delle compagnie estere. L’Eni si impegnò poi – come già visto – nell’operazione Pignone e nell’acquisto della tessile Lanerossi, e quindi nell’industria manifatturiera.

Rossi, Don Sturzo, Montanelli, tutta la stampa contro. Niente male come potenza di fuoco, specie se coalizzata con quella di tutto il ceto “confindustriale”. Costretto a difendersi, Mattei, che nel campo ambito delle tattiche comunicative non era del tutto sprovveduto, fondò il quotidiano “il Giorno”, ponendovi alla direzione Italo Pietra.

L’azione da implementare in funzione “antimonopolistica” valeva altresì a proposito del cartello petrolifero internazionale formato – già nel 1928 – dalle “Sette Sorelle”, le multinazionali della ricerca e dello sfruttamento delle fonti di energia fossile. Questo comportava una sfida al grumo dei potenti interessi internazionali che, per fini di vantaggio oligopolistico, esercitava insistenti pressioni rivolte al mantenimento di una politica di prezzi gonfiati ed economie sulle spese di investimento. Nel sottosuolo italiano, come si sa, vi è sempre stato poco petrolio. La questione si spostava, quindi, alla strategia da adottare nei confronti dei fornitori internazionali.

(La quarta parte verrà pubblicata giovedì 19 novembre)