La fine degli intellettuali

Se c’è un indizio dello stato comatoso dell’intellettualità nostrana, in particolar modo della sua parte progressista, secondo me consiste in questo, e cioè che sui temi decisivi del nostro tempo, la pace e la guerra, le diseguaglianze sempre più marcate tra classi, ceti, aree del paese e del mondo, la monocultura liberale che ci avvolge in una nube tossica, le grandi questioni economiche e politiche della contemporaneità, è, nella sua gran parte, in sostanza afona, silente, come se giacesse in uno stato larvale dal quale poter parlare solo di ciò che non conta, che non è decisivo per il nostro destino. Basta compulsare molte delle loro bacheche, o vedere i libri che pubblicano, per avere conferma di ciò: discussioni infinite sul caso politicamente corretto del giorno, il cantante “cafonal” di turno assurto ad emblema del male, una scelta sciagurata di una qualunque amministrazione comunale della periferia dello Stivale, una frase scappata dalle labbra del politico di turno su temi etici, uno scivolone di un personaggio televisivo, l’ennesima discussione su sesso e genere, e, su tutto questo materiale inerte, il loro tono sempre a metà tra il censorio e il moraleggiante, teso a fare la reprimenda del giorno, a stilare il prontuario del comportamento del buon cittadino colto e inclusivo. Mai una parola sulla pace, sulla guerra, su Gaza, sulla povertà che attanaglia la gente comune. Tutto il contrario di quello che avveniva nella parte migliore del dopoguerra italiano, quando l’intellettuale era il compagno di strada del contadino, dell’operaio, del povero, dell’emigrato meridionale, dell’escluso, del subalterno senza voce, dello sfruttato dalle guerre e dal capitale. Oggi sembra lunare dirlo, ma c’è stato un momento storico nel quale tutto questo è stato possibile.

Torna in alto