Conte, l’Europa e l’Ucraina

1) Ho letto con attenzione l’intervista data da Conte alla Stampa un paio di giorni fa che, al netto di un po’ di equilibrismi tattici, di spruzzate demagogiche per tenere insieme l’immagine di un partito “di lotta e di governo”, e di qualche faciloneria di troppo, contiene forse la proposta più sensata politicamente che si può fare in questo momento: l’Europa dovrebbe rispondere all’unilateralismo trumpiano con la mossa di una grande conferenza di pace da tenersi sul nostro continente, che, bene o male, è quello direttamente interessato alla vicenda bellica. In questa maniera si otterrebbero tre risultati: togliere dalle mani di Trump l’iniziativa politica, ricostruire un ruolo mondiale per l’esangue Unione e stanare anche la Russia che, finora, ha incassato il sostanziale riconoscimento politico degli Usa a trazione Trump, il rientro nel consesso delle nazioni “civili”, senza aver dato nulla in cambio;

2) Anche perché, diciamo la verità, immaginare un’Europa che, debole, divisa al proprio interno e senza iniziativa e nerbo politico, continua a “fare la guerra alla Russia” da sola, senza gli Usa, mi pare scarsamente credibile. Ci vorrebbero ben altri leaders e ben altre connessioni con le opinioni pubbliche continentali che, ad oggi, non si intravvedono all’orizzonte. Piuttosto che annegare nel mare magnum dell’irrilevanza, e di un problematico confronto con la Russia, sarebbe meglio, e più pagante politicamente, percorrere la proposta di Conte;

3) Comunque, un primo dato politico si staglia netto sullo sfondo, e illumina il futuro: il mito politico sul quale gli Stati Uniti hanno legittimato l’idea di “nazione guida del Mondo Libero” è definitivamente infranto, non ha più senso politico né attrattività ideologica, l’Ucraina è solo l’ultimo di una lunga serie di fallimenti nella politica estera Usa, che partono dal Vietnam e arrivano all’Afghanistan, passando per la Libia, l’Iraq e, se vogliamo, la Siria, ogniqualvolta sono intervenuti in nome dei valori dell’Occidente, promettendo di difendere i popoli di volta in volta oggetto della “esportazione di democrazia” sono fuggiti, si sono sganciati lasciando una situazione più caotica di quella precedente. L’Afghanistan è in mano ai talebani, la Libia è allo stato tribale, la Siria è governata da ex jihadisti, l’Iraq è nell’orbita iraniana. Chi crederà più agli Usa quando cercheranno nazioni di volenterosi da arruolare nello scontro tra “democrazie e autocrazie”? Popoli e governi scapperanno facendo gli scongiuri.

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