Teramene: Da manovratore occulto a vittima dei trenta

Nell’Atene del tardo V secolo a.C. quella del politico è ormai a tutti gli effetti una professione, e non soltanto perché le cariche pubbliche sono remunerate: leader e aspiranti tali debbono eccellere nell’arte oratoria, procacciarsi clientele fidate, essere abili nel cattivarsi la simpatia popolare e, all’occorrenza, saper condurre un esercito in battaglia. Bisogna trascinare le masse senza esserne trascinati e guardarsi le spalle, visto che le malelingue sono costantemente all’opera, il consenso mutevole e gli oppositori pronti a sfruttare qualsiasi incertezza: Cleone fu costantemente oggetto di critiche e dileggi ferocissimi, ma persino il grande Pericle pagò pegno, venendo colpito negli affetti più cari.

Dopo la conclusione nel 421 a.C. della pace di Nicia a ritagliarsi un ruolo da protagonista fu non tanto l’illustre firmatario, che era tra l’altro l’uomo più ricco dell’Attica, quanto l’alcmeonide Alcibiade, figura affascinante, poliedrica e (nel complesso) negativa. Nipote di Pericle e discepolo prediletto di Socrate, Alcibiade coltivava un’ambizione smisurata, ma al suo indubbio talento politico-militare facevano da contraltare l’incostanza, una certa propensione al vizio – nel Simposio lo incontriamo ubriaco fradicio – e soprattutto la mancanza di principi etici. Accusato ingiustamente di empietà non esitò a passare al nemico spartano, contribuendo alla rovina del corpo di spedizione che lui stesso aveva inviato contro Siracusa; successivamente tornò sui suoi passi, guidando con successo la flotta ateniese, ma scelte improvvide lo costrinsero nuovamente all’esilio.

Il miglior allievo di Alcibiade fu un personaggio meno “telegenico” (diremmo oggi), ma ancor più spregiudicato dell’involontario mentore – e indubbiamente più scaltro e guardingo. Teramene era anch’egli un rampollo dell’aristocrazia ateniese, ma benché fosse nato verso la metà del V secolo non risulta che si sia impegnato attivamente in politica fino alla restaurazione oligarchica del 411 a.C. Era, a quanto si tramanda, un oratore persuasivo, vale a dire un manipolatore, ma preferiva tessere le sue trame restandosene in disparte: quando, dopo il fallimento siciliano, le eterie (consorterie nobiliari paragonabili, per certi versi, ai clan mafiosi e alle massonerie) prendono illegalmente il potere, il nostro evita di assumere una posizione troppo in vista, pur essendo fra gli ispiratori del colpo di stato. Gli uomini immagine sono altri: l’austero Antifonte, l’acuto Frinico, l’incauto estremista Pisandro. Teramene è mosso dall’interesse personale e disprezza il demos, cioè il popolo dei nullatenenti; tuttavia, allorché gli oligarchi manifestano l’intenzione di consegnare la città a Sparta, vista più come modello di virtù che come antagonista, egli cambia senza preavviso schieramento e si pone a capo dei rivoltosi che, armi alla mano, rovesciano il governo dei Quattrocento. Fa poi ben presto piazza pulita degli ex alleati, per impedire che qualcuno gli rinfacci il tradimento (il secondo, poiché il primo è stato già perdonato dalla massa volubile) e si ricicla come patriota moderato, ma non ostile alla democrazia. Questa disinvoltura gli frutterà il nomignolo di coturno, parola che identifica il sandalo che può essere calzato sia dal piede destro che da quello sinistro. Per quale ragione ha fatto subitaneamente dietrofront? L’etica non c’entra nulla: verosimilmente perché intravede la possibilità di una riscossa ateniese per mezzo della grande flotta ribelle ancorata a Samo – i cui comandanti e marinai sono decisamente avversi al nuovo regime – ma soprattutto perché confida di poter assumere, nella mutata situazione, il ruolo di primattore. Il ritorno di Alcibiade, nei confronti del quale la folla nutre un sentimento di odio-amore, scompiglia per il momento i suoi piani, ma con l’Alcmeonide Teramene trova rapidamente un’intesa: è evidente che i due si stimano a vicenda e sono accomunati dall’assenza di scrupoli morali. Ne resterà solo uno, ma sanno entrambi che la fretta è cattiva consigliera e che l’occasione propizia per far fuori (fisicamente o politicamente) il rivale tosto o tardi si presenterà.

La grande battaglia navale di Cizico segna il trionfo di Alcibiade sugli spartani: a comandare le due ali che, in esecuzione di un piano brillante, circondano e poi annientano la squadra avversaria sono Trasibulo – lui sì un democratico doc – e proprio il nostro Teramene, che si disimpegna con bravura. Una cosa va sempre tenuta a mente: i politici greci e romani non sono banali arringatori di piazze, ma finissimi intellettuali che, quando la patria chiama, devono improvvisarsi generali e dimostrare sul campo o in mare la necessaria perizia – chi non sa combattere non è reputato idoneo a governare.

Una leggerezza commessa – la fiducia accordata a un protetto, che si palesa inadatto al comando e si fa sconfiggere in una scaramuccia – costa ad Alcibiade la perdita del favore popolare e la cacciata, ma Teramene non è in grado di profittarne subito, perché il potere è adesso saldamente nelle mani di capi di “ultrasinistra” come Cleofonte. La guerra deve proseguire “fino alla vittoria” (espressione assai familiare ai politicanti europei di oggi, imbelli ma idrofobi) e, da consumato opportunista, Teramene segue la corrente, mettendo la sua esperienza di ammiraglio al servizio dell’aborrito regime popolare. I demagoghi di nuova generazione sono efficaci imbonitori, ma difettano di cultura e hanno legato le loro carriere alla felice prosecuzione del conflitto: un rovescio potrebbe facilmente screditarli agli occhi del demos, e il nostro cripto-oligarca asseconda la loro furia bellicista senza troppo esporsi.

Il sanguinoso scontro al largo delle isole Arginuse (406 a.C.) termina con una netta vittoria ateniese, pagata però a caro prezzo: la perdita di oltre venti triremi è aggravata dai numerosi affondamenti causati da una tempesta che si scatena subito dopo la fine della battaglia. Gli otto strateghi – coincidenti con le massime autorità militari cittadine – cui è stato assegnato eccezionalmente il comando della flotta ordinano a Teramene e Trasibulo di soccorrere i naufraghi, ma causa le pessime condizioni atmosferiche l’operazione non va a buon fine, e annegano in tantissimi. La città è sotto shock: gli strateghi addossano ogni responsabilità ai due sottoposti, ma Teramene riesce abilmente a scagionarsi e a ritorcere l’accusa contro i comandanti che, essendo tutti nobiluomini, sono guardati con sospetto dalla plebe. In preda al turbamento l’assemblea ondeggia, ma servendosi di efficaci espedienti retorici il reo ottiene addirittura la condanna a morte dei suoi superiori, vanamente difesi da un Socrate che, incurante della rabbia popolare, reclama la loro innocenza. Certo, i politici restano saldi al loro posto e sembrano più forti che mai; ma cosa può saperne quel buzzurro di Cleofonte – riflette tra sé Teramene – di come si schiera una squadra di navi da guerra?

L’anno dopo la disfatta di Egospotami fa precipitare la situazione: visto che gli spartani sorprendono le triremi ateniesi spiaggiate è chiaro che qualcuno ha tradito, ma chi può essere l’autore della macchinazione? Nessuno sospetta del “coturno”, il quale anzi si offre di trattare una pace dignitosa con il vincitore Lisandro che già stringe Atene in una morsa.

Una prima, durissima proposta di capitolazione formulata dal condottiero lacedemone viene sdegnosamente respinta dall’assemblea, che tuttavia dimostra una stupefacente ingenuità affidando proprio a Teramene il prosieguo delle trattative. In veste di plenipotenziario egli si reca a Sparta e colà rimane a lungo inattivo, per dar modo a fame e malattie di piegare la cocciuta resistenza dei concittadini assediati. Al ritorno egli è latore – e quasi sicuramente coautore – di un’intimazione di resa incondizionata, che prevede l’abbattimento delle lunghe mura che collegano Atene al suo porto, il ritorno in massa degli esuli e l’occupazione militare spartana. Il giuda attico ha partita vinta: stavolta gongola, perché sottovalutando Lisandro si illude di poter divenire, se non il padrone della città, perlomeno una sorta di viceré. Rispetto alla crisi del 411 c’è dunque un cambio di strategia, motivato dall’oggettiva impossibilità per gli ateniesi, orbati della flotta, di proseguire la guerra. Teramene ha però fatto male i suoi calcoli: assieme agli opliti peloponnesiaci entrano in città numerosi e influenti esiliati appartenenti all’ala più intransigente dell’aristocrazia. Crizia, zio di Platone, è fra costoro: si tratta di un uomo dotto, rispettato, estremamente intelligente, reazionario fino al midollo e poco incline al compromesso. Il protagonista dell’omonimo dialogo platonico – quello in cui si narra di Atlantide – è un ideologo della forma di governo oligarchica: per creare una “nuova Atene” a immagine e somiglianza di Sparta occorre rinnegare le aberrazioni del passato, cioè la democrazia, la vocazione imperiale e persino quella emporiale. Possiamo chiederci se anch’egli, come il consanguineo Platone, vagheggiasse una Repubblica dei filosofi: di certo preferiva gli operosi contadini ai mercanti e per raggiungere i propri scopi era disposto a tutto. Crizia inaugura una stagione di violenza ed eccidi che disgusta Teramene, pur corresponsabile della morte per inedia di tanti concittadini nei mesi dell’assedio; più della compassione lo tormenta la consapevolezza di rivestire, nella neonata magistratura dei Trenta, una deludente posizione subalterna. La contesa esplode quando, coerentemente con la sua visione dello stato, Crizia comanda l’uccisione di un certo numero di ricchi stranieri (meteci) residenti da tempo in città: vuole dare un segnale inequivocabile, evidenziare che la polis autarchica non abbisogna di una classe sociale indispensabile a suo tempo per la prosperità dell’impero. Teramene si oppone a viso aperto, più per ragioni politiche che morali. Il “coturno” è un conservatore, ma detesta gli eccessi e le scelte definitive, senza ritorno: in futuro le cose potrebbero anche cambiare e lui stesso ha superato indenne la grave crisi di sette anni prima. Crizia è invece a suo modo un idealista, un “rivoluzionario”: non è mosso dallo scopo di rapina, ma dall’intendimento di rompere una volta per tutte con il recente passato – la sua “crociata”, tesa alla creazione di un mondo nuovo, ricorda vagamente quella staliniana contro gli irredimibili kulaki. 

Il discepolo di Socrate gioca d’anticipo, spiazzando l’avversario: l’atto d’accusa è spietato, la pena per l’ennesimo voltafaccia sarà la morte. Teramene si difende, l’apologia è ispirata e convincente, ma nessuno degli uditori osa parlare in suo favore: troppa paura incutono Crizia e i suoi scherani. Come avverrà secoli dopo nell’URSS di Stalin, la caduta del potente è istantanea: Teramene si aggrappa disperato a un altare, ma guardie armate lo trascinano via affinché la sentenza sia eseguita senza indugio. Prima di bere la cicuta il più cinico fra i politici ateniesi si ammanta di dignità, accettando la sorte e brindando ironicamente al suo persecutore: “al bel Crizia”, sono le parole con cui si congeda dalla scena del mondo, vittima – potremmo chiosare – di un beffardo contrappasso.

L’utopia sanguinaria di Crizia e il suo autore avranno però vita breve: con il tacito benestare degli spartani, forse impressionati – da pragmatici quali sono – dal sinistro fanatismo del capo dei Trenta Tiranni, l’audace Trasibulo ripristinerà ben presto una parvenza di democrazia ad Atene.

L’ASTENSIONISMO E LE CURVE CONTRAPPOSTE

C’era una volta l’Italia che, unita e compatta, votava alle elezioni, con percentuali dal 90% in su.

Accadeva fino a una trentina di anni fa, ma adesso non succede più: la partecipazione è in caduta libera, e alle ultime regionali di novembre si è presentato ai seggi all’incirca il 40% degli aventi diritto. È lecito chiedersi come mai l’astensionismo sia cresciuto così tanto, se vi siano cioè ragioni obiettive che spieghino il fenomeno.

Rispondere “è sopravvenuto il qualunquismo” è da qualunquisti: a motivare il rigetto sono stati non una capricciosa disaffezione, bensì fattori concreti e facilmente identificabili. L’individualismo esasperato e straniante inoculato nel corpo sociale da politici, economisti e media di servizio ha giocato un ruolo non secondario, ma a parer mio a tener lontani dalle urne i cittadini è stata soprattutto la coscienza, sedimentatasi pian piano e non sempre chiara, che alle sezioni ci si reca solo per “confermare” quanto è già stato deciso – da potenze straniere, da lobby economico-finanziarie e – a livello operativo – dai sondaggi. Esercitare il diritto di voto è insomma una perdita di tempo: esistono giochi da tavolo più appassionanti. 

Questo atteggiamento disilluso non è espressione di “antipolitica”, perché è la politica stessa ad aver volontariamente rinunciato al suo ruolo, e spiega altresì i magrissimi risultati delle forze alternative, magari confusamente percepite come del tutto impossibilitate a concorrere sul serio, e al limite biasimate per aver accettato di partecipare a una partita truccata. In questo quadro interpretativo diventa comprensibile anche il costante ripiegamento del M5stelle, che pure esprime idee, visioni e proposte lungimiranti, fuori dal coro: l’appiattimento sul PD, denunciato a ragione da Chiara Appendino, scoraggia masse di elettori che sosterrebbero volentieri un movimento di rottura radicale.

Dovremmo allora concentrarci non sulla maggioranza di astensionisti, ma sulla minoranza di votanti irriducibili per capire cosa li spinga a rinnovare la fiducia a forze politiche screditate e intercambiabili (non mi riferisco, preciso, alla categoria dei don Chisciotte, alla quale appartengo, che romanticamente s’intestardisce a sostenere formazioni da zero virgola).

La mia risposta è: il tifo. Il supporter di destra e quello di centro-sinistra sono in apparenza assai diversi tra loro: il primo è mediamente più rozzo e di bocca buona, si beve senza fiatare le panzane di Meloni&co. e strepita contro “comunisti” che popolano oramai soltanto il suo manicheo, immaginario mondo virtuale – crede che Francesca Albanese sia filo-Hamas perché gliel’ha raccontato Salvini, odia il nullatenente con (ora senza) il reddito di cittadinanza e pretende legge, ordine e sicurezza senza sapere cosa siano e purché eventuali sanzioni siano riservate agli “altri”. Il destrorso non è necessariamente un povero diavolo, anzi spesso ha un patrimonio cospicuo, ma dei libri non sa che farsene e disprezza la cultura, che per lui è quasi sempre robaccia “di sinistra”.

Il piddino-modello ha invece maggiori pretese intellettuali: legge i giornali di regime e si vanta delle conoscenze acquisite a scuola o altrove, ritenendosi moralmente superiore alla controparte. È una persona per bene, rispettabile, lui. Pensa che l’Occidente “democratico” sia il migliore dei mondi possibili, anzi l’unico abitato da umani propriamente detti, e che criticare Israele sia tabù; rinuncia volentieri ai diritti sociali (specialmente quelli altrui) perché “abbiamo (=hanno, i plebei s’intende) vissuto al di sopra delle nostre possibilità”, ma su quelli civili è irremovibile: vanno espansi a ogni costo, e se anziché promuovere l’uguaglianza la minano alle fondamenta va bene lo stesso. 

In sostanza l’ultras di destra e quello di centro-sinistra sono uguali: boccaloni nutriti di risibili certezze che, quando scoppia una guerra o un’epidemia, si stringono a coorte a difesa del sistema e con urla, strepiti e anatemi silenziano i dissenzienti.

Queste masse di ottenebrati sono il “servizio d’ordine” in abiti civili di un totalitarismo che non si vergogna di spacciarsi per “democrazia” e, dopo averci tolto la dignità di cittadini, s’industria a trascinarci in una guerra spaventosa contro il nemico sbagliato.

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