Due gemelli sfasati e un pescatore (fin troppo) Probo

Prima di essere un uomo coraggioso e intellettualmente onesto il professor Carlo Rovelli è un brillante scienziato, che ha dato un rimarchevole contributo alla comprensione dell’universo e, sulla soglia dei settant’anni, continua con passione a indagarne la natura, senza però distogliere lo sguardo da questo nostro travagliato mondo periferico. Ho di recente ascoltato una sua breve conferenza, disponibile su YouTube, in cui egli si sofferma sul tema, alquanto ostico, dell’esistenza o meno di ciò che il comune sentire tratta come un dato acquisito: il tempo. Rovelli ne mette a confronto la nozione elaborata da Aristotele – che ricollega e fa dipendere il suo scorrere dal movimento degli astri – con quella newtoniana di un tempo oggettivo e misurabile, per poi evidenziare come la teoria della relatività e le successive scoperte novecentesche abbiano messo in crisi entrambi i concetti, problematizzando pure la realtà dello spazio. La fisica quantistica, in effetti, ha ridotto a un impalpabile fantasma persino la materia, scomponendola in un’infinità di particelle evanescenti di cui non è dato rilevare contemporaneamente posizione e velocità. Ogni corpo, compreso quello assegnatoci dalla sorte (per i difetti del quale tanto ci affliggiamo), è a conti fatti una nube di pulviscolo. Si riaffaccia sulla scena il noumeno kantiano, pensabile ma non conoscibile: tocca accontentarsi di ciò che appare, risultando insondabile l’autentica natura delle cose (rerum natura). A posteriori possiamo opinare che lo spirito magno nativo di Königsberg avesse “magicamente” previsto i futuri sviluppi della scienza: nella sua visione, infatti, lo spazio e il tempo sono gli assi di un piano cartesiano all’interno del quale si situano tutte le nostre percezioni. Tempo e spazio, in sostanza, sarebbero modelli mentali di cui ci serviamo per interpretare il mondo dei fenomeni, l’unico a noi accessibile. L’avvicendarsi di minuti, ore e giorni è poco più di una sensazione che, in quanto tale, è soggettiva ed è influenzata da una molteplicità di fattori. Non sempre l’orologio che abbiamo al polso “dice il vero”: una mattina di lavoro in ufficio e una nottata insonne sembrano non finire mai, un pomeriggio trascorso con gli amici in osmiza passa purtroppo in un baleno – ma qui siamo ancora nel campo delle più banali impressioni. Sappiamo anche che la lunghezza di una vita non determina la sua rilevanza: ci sono esseri umani cui bastano pochi lustri per lasciare tracce imperiture (Mozart morì a trentacinque anni, Alessandro Magno a meno di trentatré, per non parlare di Gesù Cristo…) e centenari che abbandonano il mondo come l’avevano trovato alla nascita. Sto andando però fuori tema: il tempo di cui tratta Rovelli è quello scandito dalle lancette e c’entra poco con il modo in cui lo impieghiamo o sprechiamo. È stato in effetti dimostrato, in coerenza con le previsioni della relatività generale, che la gravità influisce sul tempo, “rallentandolo”: quanto più ci si allontana dalla superficie terrestre, salendo su un monte o viaggiando in aeroplano, tanto maggiore risulta l’effetto. Lo scostamento è tanto ridotto da essere per noi assolutamente inavvertibile; ben diversa sarebbe l’esperienza dei passeggeri di un’ipotetica astronave lanciata nel cosmo a velocità altissime, prossime ancorché inferiori a quella della luce. In base al c.d. “paradosso dei gemelli”, ben illustrato dal fisico Paul Davies in un saggio che comprai qualche decennio fa, un astronauta di ritorno da un viaggio interstellare scoprirebbe di essere invecchiato molto meno del gemello rimasto ad attenderlo sulla Terra; se la sua nave avesse raggiunto addirittura la velocità della luce egli rischierebbe, una volta sbarcato, di non ritrovare il mondo come l’aveva conosciuto né i familiari, morti ab immemorabili. Quest’ipotesi, verificabile per il momento solo sul piano teorico, pare poco compatibile con le trame immaginate dagli sceneggiatori di Star Trek (in cui l’Enterprise, dopo crociere a ipervelocità di centinaia di anni luce, rientra in un hangar orbitale che non mostra segni di usura…) ed è del tutto controintuitiva, eppure… mentre mi sforzavo di seguire il ragionamento di Rovelli, espresso peraltro con mirabile chiarezza, mi è improvvisamente sovvenuto di una leggenda o fiaba udita (credo, o forse letta in qualche vecchio libro) non ricordo neppure quando, che trattava di un giovane il quale, dopo un breve e involontario soggiorno in un regno fatato, ritorna al paese natio solo per accertarsi con indicibile sgomento che ogni cosa è mutata e nessuno dei suoi cari è più in vita. Diffidando della mia cattiva memoria e non avendo sottomano alcun testo cui fare utilmente ricorso, mi sono rassegnato ad effettuare una ricerca su Google digitando un numero ristretto di parole chiave. La Rete è di regola inaffidabile perché chi la controlla veicola per il suo tramite narrazioni di comodo, ma di falsificare innocue vecchie storie non vale granché la pena – mi sono detto. Il responso fornitomi dall’onnipresente IA non dà adito a fondati sospetti di manipolazione: culture differenti hanno elaborato racconti sorprendentemente analoghi, tutti risalenti al periodo prenovecentesco e coerenti, nella sostanza, con ciò che vagamente ricordavo (anche la permanenza di Ulisse sull’isola di Calipso si protrae eccessivamente a lungo, ma altrettanto vale per la guerra sotto le mura di Troia: accantoniamo perciò un argomento, suggestivo ma inconsistente, in favore di una tesi che mi limiterò nel prosieguo ad adombrare). Wikipedia, che quanto a faziosità rivaleggia ultimamente con i social più popolari, propone – fra le altre – due narrazioni di particolare interesse soprattutto perché presentano sorprendenti analogie. La prima, assai antica, è incentrata sulla figura del bardo irlandese Oisin (l’Ossian di McPherson), che in una delle sue avventure visita una sorta di paradiso celtico ove si trattiene felicemente – e in ottima compagnia femminile – per un triennio. Colto, proprio come Odisseo, dalla nostalgia di casa si accomiata da quel luogo incantato, ma giunto a destinazione incappa in una spiacevole sorpresa: nel “mondo reale” sono frattanto trascorsi ben tre secoli. Disperato rimonta a cavallo, ma una caduta gli sarà fatale: appena toccato il suolo invecchia tutto d’un colpo e muore. Quasi identica è la storia di Urashima Taro, raccolta in un libro di favole a inizio Novecento da un autore giapponese che attinse, però, a una risalente tradizione orale. Un giovane pescatore salva una testuggine in difficoltà, che per ricompensarlo lo conduce al castello sottomarino di una splendida principessa: con quest’ultima nasce un breve idillio, ma Urashima, memore dei suoi doveri filiali, s’impone di tornare al proprio villaggio costiero. Anche in questo caso, tuttavia, sulla terraferma sono passati trecento anni e il giovanotto, dopo una serie drammatica di incontri, s’incanutisce all’istante e cessa di vivere. L’andamento è il medesimo, così come la morale sottesa ad ambedue gli episodi: gli esseri umani non possono sfuggire al loro destino di mortali. C’è tuttavia un altro aspetto su cui riflettere: come si spiega che due popoli ignari l’uno dell’esistenza dell’altro abbiano fantasticato di vicende tanto simili e così sottilmente inquietanti? Può darsi che qualche missionario irlandese abbia raccontato di Oisin ai suoi convertiti nipponici, ma la cosa sembra poco verosimile (gli uomini di chiesa aborrivano le credenze pagane) e comunque mancano prove a sostegno di quest’illazione. Potremmo forse osservare che l’immaginazione è patrimonio indiviso di tutti i popoli, ma nel caso esaminato le affinità paiono troppe e troppo palesi perché le si possa attribuire a circostanze casuali; quella che il tempo possa scorrere a ritmi diversi, inoltre, è un’idea contraria all’esperienza umana, tanto che ancor oggi fatica ad essere accettata. È possibile, mi domando allora, che i miti cui abbiamo fatto cenno siano una… “volgarizzazione poetica” di cognizioni acquisite dall’umanità in antico e successivamente dimenticate? Mi rendo conto che una tesi come quella appena prospettata sembra uscire da un libro dell’indimenticato Peter Kolosimo, ma – alla luce di scoperte archeologiche sempre più sensazionali, come quella di Göbekli Tepe – non possiamo essere certi che la Storia della civiltà sia iniziata appena cinque millenni fa tra il Tigri e l’Eufrate. Tra l’altro degli dei sumeri, noti come Anunnaki, si favoleggiava che vivessero per millenni e facessero la spola fra la terra e il cielo: forse non di immortalità si trattava, ma di un vantaggio indiretto derivante dall’impiego di tecnologie avveniristiche sommariamente descritte anche nei poemi indiani. Prendete pure questo mio scritto per un estemporaneo divertissement: in un’epoca disperante come l’attuale non costituisce delitto rifugiarsi nella fantasia.

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