L’aspetto più stucchevole, stantio, veramente irritante, della tragedia in corso nel da sempre martoriato Medio Oriente, è la irritante retorica occidentale, intrisa di ipocrisia e sotterfugi dialettici degni di una conventicola dedita alla bassa cucina politica, non certo di un dramma epocale come quello che investe le popolazioni palestinesi. E quindi è tutto un florilegio di “comunità internazionale”, di quartetti defunti, di “cessate il fuoco”, di tutte le movenze, insomma, di questo odioso balletto umanitario di facciata, che non è mai servito a nulla, e non servirà nemmeno stavolta, se non a mandare agli israeliani il messaggio in codice: fate quello che volete fino a quando vi aggrada. E fino a quando la situazione strategica e tattica sul terreno non abbia raggiunto un ennesimo vantaggio, territoriale, politico, militare, propagandistico, a favore dello Stato ebraico e a sfavore delle residue speranze dello stanco e rassegnato popolo palestinese.

Rispetto al passato l’elemento squisitamente politico sul tappeto è rappresentato dalla leadership palestinese monca e azzoppata, egemonizzata dal movimento ultrareligioso ed eliminazionista, nei confronti di Israele, Hamas, quasi il corrispettivo simmetrico della destra etnoreligiosa più oltranzista che sembra aver preso il comando politico delle operazioni in Israele, e che si condensa nel manovriero e spregiudicato Netanyahu. Hamas è il vero contraltare di Tel Aviv, molto più di una Autorità nazionale palestinese incapace da 15 anni di organizzare elezioni credibili e con un Abu Mazen in declino di capacità politiche di interlocuzione e proposta; non solo, con la capacità “militare” di lancio di razzi verso lo Stato ebraico, Hamas è l’unica forza in campo, paradossalmente, in grado di costituire un contraltare del potente esercito israeliano.

Contraltare invero alquanto spuntato, dato che le immense risorse tecnologiche, economiche, grazie agli aiuti statunitensi, di Tshaal, il famoso esercito israeliano, contengono e sterilizzano le capacità missilistiche di Hamas, basta vedere l’enorme sproporzione tra i morti dell’una e dell’altra parte, confinando la minaccia dei razzi più nel novero delle potenzialità non realizzate: infatti la maggior parte dei razzi o viene intercettata o cade in terreno aperto o in mare, quasi mai su obiettivi.

E quindi, arriviamo così al punto che a me pare cruciale per la comprensione dell’intera questione, la presenza ingombrante quanto si vuole del movimento Hamas pone una domanda di natura schiettamente politica, dalla cui risposta dipende il giudizio sulla vexata quaestio: assodata la incontestabile volontà di potenza degli israeliani, e la relativa mancanza di anticorpi democratici in una società che non riesce a dare una prospettiva credibile al suo popolo, 4 elezioni in meno di due anni, né tantomeno in grado di assicurare una convivenza tra arabi ed ebrei possibile, cosa succederebbe se non ci fosse nemmeno la presenza politica e sociale di Hamas e la sua iniziativa militare, che abbiamo visto piuttosto scontata per Tel Aviv?

Ovvero: dato che la comunità internazionale, se mai esiste, non è in grado di fermare i progetti espansionistici di Netanyahu, né ci pensano gli Usa che, anzi, con Trump avevano piazzato la bomba simbolica di Gerusalemme capitale e con Biden danno 735 milioni di aiuti militari, senza nemmeno il simulacro di una reazione militare, per quanto spuntata, cosa accadrebbe del popolo palestinese? Di Gaza, il più grande carcere a cielo aperto del mondo? Chi, in concreto prenderebbe parte a favore dei palestinesi? Nessuno, questa è l’amara verità, nemmeno i deboli regimi arabi vicini, e l’aiuto interessato di Erdogan è più un problema che una opportunità.

Questo è il punto politico fondamentale della vicenda mediorientale, e da questa constatazione Hamas trae la sua forza e il suo consenso, e riconoscerlo è semplicemente realismo politico, come ha espresso D’Alema in un video di qualche giorno fa. Sarebbe meglio una direzione “laica”, socialisteggiante, del processo politico, come era un tempo quella di Fatah, ma oggi è storia morta e sepolta, purtroppo. Questo è. Pertanto, se si volesse realmente risolvere la querelle, o quantomeno uscire dai balletti di dichiarazioni “telefonate” e ipocrite di questi giorni, e dare una parvenza di risposta politica alla questione arabo-palestinese-israeliana si dovrebbe partire da questo punto, altrimenti la catena dei lutti non finirà mai.

La colonizzazione forzata portata avanti dalla destra israeliana va fermata, e il popolo palestinese ha bisogno di essere protetto, una esigenza politica e concreta immediata, di questo bisognerebbe parlare, e se non lo farà nessun altro lo continuerà a fare Hamas, alla sua maniera, questo è chiaro. Lo capiranno le cancellerie e i ministri degli esteri occidentali e non?