La mania degli UFO (oggetti volanti non identificati) è un fenomeno sociale piuttosto recente, ma già in antico si favoleggiava di una pluralità di mondi abitati.
Nel romanzo in lingua greca Una storia veridica lo scrittore Luciano di Samosata (II secolo d.C.) immagina che il protagonista sia rapito da un turbine insieme alla nave su cui è imbarcato e venga scaraventato fin sulla luna, dove s’imbatte nei suoi strampalati abitanti in guerra con i solari. Negli spazi interplanetari non sfrecciano i vimana (=macchine volanti) descritti nel Mahabharata, anche perché l’intento è satirico, ma l’autore si compiace di illustrare abitudini e stili comportamentali decisamente “alieni”. Per greci e romani, in ogni caso, non occorre affrontare le insidie di un viaggio nel cosmo per raggiungere l’altrove: la terra stessa è largamente inesplorata e nulla vieta alla fantasia di popolare di mostri e creature bizzarre o affascinanti regioni ancora inaccessibili all’uomo. Un simile approccio all’ignoto non stupisce, e questo per (almeno) due ordini di ragioni: anzitutto va considerato che una delle primissime nonché più note ed imitate opere della letteratura ellenica, l’Odissea, è per certi versi il modello del racconto fantasy; inoltre – ed è questo il punto fondamentale – la “razionalità” degli antichi e degli uomini del medioevo non coincide pienamente con il significato che noi moderni diamo a questo termine. I Romani, ad esempio, erano senz’altro metodici, organizzati e pragmatici, ma il metodo sperimentale era loro del tutto sconosciuto, e pertanto essi si accostavano senza pregiudizi – potremmo dire: ingenuamente – ai misteri della natura, non negavano in linea di principio la possibilità di eventi soprannaturali né pretendevano di spiegare logicamente apparenti prodigi (i filosofi, certo, indagavano le cause, ma l’ansia di suffragare le convinzioni con prove certe era estranea alla mentalità allora diffusa). L’intellettuale di oggi, imbevuto di razionalismo, rifiuta la storicità della resurrezione, esclude la plausibilità dei c.d. miracoli nonché dell’esistenza di spiriti, folletti, poteri magici ecc. perché tutte queste cose non sono attestate dall’esperienza (rectius: da esperimenti di laboratorio), ma soprattutto perché cozzano con la sua visione di un mondo ben ordinato e libero da superstizioni; assai diverso, e se vogliamo più aperto e “laico”, era l’atteggiamento di un dotto romano.
A ben vedere, tuttavia, l’apertura appena menzionata si manifesta anche in epoche a noi più prossime: per quanto riguarda specificamente gli extraterrestri l’infinità dei mondi (e delle stirpi che li abitano) è sostenuta senza esitazioni da Giordano Bruno, e perlomeno adombrata da altri grandi intellettuali come Cyrano de Bergerac e Voltaire. Vale però la pena di soffermare la nostra attenzione su quanto scrisse in proposito un “insospettabile”, vale a dire il serissimo pensatore che nel XVIII secolo rivoluzionò consensu omnium la filosofia: alludo naturalmente ad Immanuel Kant.
In un saggio scritto in gioventù e intitolato Storia universale della natura e teoria del cielo (1755) il filosofo di Kőnigsberg ipotizzò la presenza di vita intelligente su tutti e sei i pianeti del sistema solare (Urano, Nettuno e Plutone attendevano ancora di essere individuati dagli astronomi). Il livello intellettuale e spirituale di queste popolazioni sarebbe stato direttamente proporzionale alla distanza dalla stella: vivendo su un globo arroventato i mercuriani dovevano per Kant risultare poco progrediti, istintivi e bestiali al contrario di gioviani e saturnicoli, creature eteree dotate di straordinarie qualità psichiche e morali. Teniamo presente che in questa prima fase lo studioso sembra condividere i comuni pregiudizi sui caratteri distintivi delle varie razze umane (e sulla “naturale” superiorità degli europei); che inoltre la riflessione che condurrà alle tre celebri Critiche non è neppure iniziata – cionondimeno non possiamo prescindere da quelli che saranno gli approdi definitivi dell’ultracinquantennale ricerca kantiana.
L’intelletto umano è strutturato per catalogare e armonizzare le informazioni fornite dai sensi per il tramite di categorie innate e immutabili nel tempo (in quanto uomini siamo fatti così…). Il risultato di questa complessa operazione è il mondo come noi lo concepiamo, cioè la sua apparenza fenomenica; essendo i saturnicoli differenti da noi, le loro menti – alimentate da sensi e percezioni peculiari – potrebbero funzionare in tutt’altro modo. Nell’impostazione kantiana però all’intelletto regolatore è sovraordinata la ragione, il cui contenuto sono idee (anch’esse innate) che assomigliano piuttosto a “fedi” che a concetti e si riferiscono non alla presunta realtà sensibile, bensì all’essere, vale a dire al cosiddetto noumeno, inconoscibile ma per l’appunto pensabile. È proprio grazie a questa facoltà che il singolo può appressarsi al reale, gettandovi un fugace sguardo e traendo da quest’esperienza un’indiscutibile regola di condotta: l’imperativo categorico, che in fin dei conti è un’attualizzazione dell’evangelico “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. La citata prerogativa sarebbe propria, a quanto si intende, di ogni essere razionale, ergo non soltanto dell’uomo: in pratica un gioviano e un terrestre possono rappresentarsi il cosmo e gli enti che lo compongono in maniera dissimile, ma in quanto provvisti entrambi di ragione dovrebbero comunque condividere principi e valori.
A quale scopo ho introdotto questo discorso che il lettore potrebbe giudicare improduttivo e contorto?
Qualche mese fa è entrato di soppiatto nel nostro sistema solare un oggetto interstellare proveniente dai margini della galassia: si tratterebbe di una cometa, che è stata battezzata 3I/ATLAS. Osservandola, l’astronomo di Harvard Avi Loeb – che non è esattamente un ufologo della domenica – ha avanzato dei dubbi sulla sua origine naturale: composizione chimica, anomalie orbitali e una certa tendenza a “nascondersi” agli strumenti di rilevazione farebbero piuttosto pensare a una gigantesca astronave (lunga dai 2 ai 5 km) in rotta verso la terra. Loeb ha stimato una possibilità del 30/40 per cento che il corpo celeste sia artificiale, e sebbene la sua dichiarazione sia stata contestata e irrisa da molti colleghi scienziati sul web si è scatenato (letteralmente) il finimondo. Cosa potrebbe accadere se questa massa sigariforme, comparendo sulle nostre teste nella seconda metà di novembre, si rivelasse per davvero un incrociatore spaziale costruito e guidato da esseri senzienti? Considerate le dimensioni della “cosa” e il grado di sviluppo tecnologico necessario a farla volare, dovremmo in quel caso sperare che il buon Immanuel abbia visto giusto e che il suo imperativo categorico valga per tutte le specie progredite. Purtroppo scommetteremmo alla cieca, poiché di eventuali alieni e delle loro intenzioni e capacità cognitive non sappiamo assolutamente nulla (ignoriamo persino se esistano, anche se ciò sembra verosimile): potrebbero essere talmente superiori a noi da non degnarci di alcuna considerazione o addirittura da non reputarci esseri razionali (e quindi “rispettabili” in qualità di forme di vita evolute). Anche i loro scopi potrebbero apparirci incomprensibili: in base alla nostra mentalità (e alla… coda di paglia dell’uomo bianco!) ipotizziamo fini lato sensu economici di esplorazione, colonizzazione o conquista, ma non siamo in grado di escludere – solo perché l’astronavigazione ci è al momento preclusa – che una razza ipertecnologica possa organizzare viaggi equiparabili alle nostre crociere o safari interplanetari a spese di genti primitive (oppure che scelga a caso un pianeta come bersaglio di un’esercitazione). Qualcuno obietterà, rifacendosi a Robert Owen o agli illuministi: ma se fossero così sapienti avrebbero ripudiato già da un pezzo la violenza! Chi lo sa… il progresso tecnico non si accompagna di necessità all’elevazione spirituale, e la Storia lo testimonia: gli europei che dal ‘500 in poi assoggettarono il globo sterminando gratuitamente interi popoli disponevano rispetto alle loro vittime di armi, attrezzature e modelli organizzativi incomparabilmente più efficaci, ma sulla superiorità morale è meglio glissare (anche se la falsa coscienza si consolò con il “fardello” di Kipling, oggi traducibile in neolingua con democrazia). Dopotutto – e questo è un problema non di poco conto – l’imperativo categorico fa presa su un’esigua minoranza dell’umanità: se esaltiamo la memoria di individui come Socrate, Tommaso Moro, Che Guevara o padre Kolbe è per il fatto che essi costituiscono non la regola, ma sparute eccezioni.
Non resta quindi che augurarsi che 3I/ATLAS sia un’inconsapevole cometa e che ci passi il più lontano possibile: con i tempi che corrono rischiamo di finire comunque vaporizzati entro l’anno, ma possiamo sempre illuderci che un nostro simile decida all’ultimo di non premere il pulsante rosso. Un insondabile E.T. potrebbe invece riservarci lo stesso trattamento cui noi sottoponiamo a cuor leggero un fastidioso nido di vespe.