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Tim nelle fibre del potere

Posted on 15 Dicembre 202110 Dicembre 2021 By Matteo Bortolon

Leveraged buyout è una di quelle sofisticate espressioni in ambito finanziario che indicano una pratica alla fine abbastanza comprensibile: comprare un’azienda con soldi presi a credito. E che dovranno essere ripagati con i profitti di essa. In sostanza significa indebitarla.

Chi negli anni ha seguito la catastrofe (per il paese) ricca di profitti (per i capitalisti straccioni) che è stata la serie di privatizzazioni italiane non avrà difficoltà a riconoscere lo schema che ha prodotto la “madre delle privatizzazioni” di Telecom Italia e fine anni Novanta. Numerose analisi hanno indicato quanto tale tara abbia ammorbato tale processo, risoltosi in predazione e sfruttamento del lavoro e scarsi investimenti. Ma è una ben curiosa nemesi che a fine 2021 entri in campo uno dei precursori del “comprare col debito” come strategia industriale per comprare Tim: il fondo KKR.

La storia di Telecom Italia nasce nel 1994, quando secondo il piano di riassetto del governo Ciampi vennero fusi diverse aziende pubbliche per essere in seguito privatizzate dal governo Prodi nel 1997, passando attraverso le mani di Colaninno e di Tronchetti-Provera per approdare in un dedalo di partecipazioni azionarie, ad una cordata italo-spagnola, ed infine ai francesi di Vivendi come azionisti di controllo.

Nell’aprile 2021 prende corpo una società unica formata da varie aziende che lavorano col web per fornire la tecnologia della fibra a tutto il paese: FiberCop Spa. In essa compare, accanto a TIM e Fastweb, KKR & Co. Mette così radici in Italia un potente fondo finanziario che investe in una enorme quantità di settori: energia, media, servizi sanitari, tecnologia, chimica, viaggi. A novembre il fondo manifesta una offerta di acquisto per TIM, che al momento è in fase preliminare.

Giovedì 2 dicembre il ministro Giorgetti fornisce al Parlamento la posizione del governo, che possiamo definire attendista: aspettiamo che le cose si concretizzino, poi si vedrà; annuncia una valutazione delle implicazioni della transazione, riservandosi la possibilità di bloccare tutto. L’esecutivo per le norme del D. L. 21 del 2012 può impedire acquisizioni e fusioni in settori strategici.

I membri del governo e dei maggiori partiti si sono già incontrati con i sindacati dei lavoratori, ovviamente preoccupati (da parte dell’esecutivo Giorgetti e Colao, da parte delle segreterie Letta e Salvini).

Nella sua informativa il Ministro ha affermato di voler tutelare la libertà di mercato e gli interessi nazionali. Le due cose sono in contraddizione flagrante. Una delle preoccupazioni è che le autostrade digitali sono diventate uno dei fatto più importanti per la società dell’informazione e un elemento fondamentale del PNRR – che va implementato per ottenere i soldi dalla Ue. Una società comandata da un fondo speculativo sarà in grado di sviluppare una coerente e efficace strategia produttiva?

Altro tema molto significativo è la tutela dei dati. Avere il maggior operatore di telecomunicazioni in mano ad un’azienda USA può essere molto pericoloso per la privacy delle persone; dai tempi delle rivelazioni di Snowden, come ci ricorda la giornalista Stefania Maurizi che ha lavorato molto sulla persecuzione di Assange e sui suoi sottesi strategico-spionistici, sappiamo che gli USA non trattano l’Italia da pari a pari ma da subordinata; e che aziende americane sono state indotte a fornire i dati in loro possesso alle agenzie di intelligence con l’avallo di corti FISA in sedute precluse al pubblico. Del resto è desumibile che il sempre osmotico legame con gli apparati di potere statunitense delle grandi aziende renda più agevole la collaborazione. A capo della unità di valutazione del rischio di KKL c’è l’ex generale David Petreaus. Un nome una garanzia.

Prima Pagina Tags:TIM

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