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Pompeo: un “Magno” piccolo piccolo (seconda parte)

Posted on 3 Aprile 20212 Aprile 2021 By Norberto Fragiacomo

Due trionfi nel carnet a poco più di trent’anni, il titolo/cognomen di Magnus (=il Grande): come farli fruttare?

Il turlupinato Marco Licinio Crasso formula una proposta inattesa: si candidino assieme al consolato. Pompeo accetta: i rapporti col collega saranno tesi, ma il ripristino del tribunato della plebe minerà la restaurazione voluta da Lucio Cornelio Silla. Ha vinto Lepido? Pompeo de minimis non curat: brama un’altra campagna per rinverdire i suoi allori.

Il principale nemico sono adesso quei pirati cilici che hanno buggerato Spartaco: le loro scorrerie arrivano fino a Ostia, mettendo a repentaglio i rifornimenti di grano per la capitale. Gneo Pompeo riceve l’incarico di spazzarli via, e in quest’impresa darà il meglio di sé. Pretende un numero mai visto prima di uomini e navi, e ottenutili si mette al lavoro: divide terre e mari in tredici quadranti, a ciascuno dei quali prepone un luogotenente, poi dà inizio all’offensiva in forze.

In pochi mesi ottiene un successo totale, snidando e sbaragliando il nemico: Mommsen ammette controvoglia che “nell’estate del 687=67, tre mesi dopo la incominciata campagna, il commercio aveva ripreso il suo andamento ordinario e in Italia invece della precedente carestia regnava l’abbondanza”. Pianificando audaci operazioni anfibie Pompeo ha pacificato l’inquieto Mediterraneo. Lo storico tedesco conclude, con un pizzico di malizia: “E così combatté le sue battaglie sia in mare che in terra con una straordinaria superiorità di forze”.

Al di là delle intenzioni non possiamo seriamente considerarla un’accusa: il Magno si dimostra un assennato e meticoloso organizzatore in grado di vincere una guerra ancor prima di averla intrapresa. Assomiglia a generali come Montgomery, Eisenhower e Schwarzkopf, tanto esaltati ai giorni nostri: è insomma un “moderno” professionista dell’arte bellica, che per conseguire il risultato atteso rifugge da improvvisazioni e rischi inutili.

Spunta all’orizzonte un nuovo avversario per Roma: è il re del Ponto Mitridate, che all’inizio pare incontenibile. Poi incontra Lucullo che, passato alla Storia come crapulone, gli impartisce una lezione durissima, ma è inviso ai suoi legionari: troppo scostante e a suo modo onesto il nobiluomo, contrario a una politica di rapina ai danni degli orientali. Roma impedisce a Lucullo di ottenere la vittoria che ha in pugno, e il sovrano pontico ne approfitta per riorganizzarsi – tocca di nuovo a Pompeo, comprensibilmente osteggiato dal predecessore.

Il figlio di Strabone supera anche questa prova contro un antagonista animoso, ma già ridimensionato: distrugge a Nicopoli l’ultimo suo esercito, poi avanza nella Colchide. Nessuno può fermarlo: l’Urbe è in visibilio, e si eccita ancor più quando il suo condottiero preferito passa in Siria e l’annette. Mitridate e i reguli dell’Asia Minore non sono Annibale, questo è certo: ma neppure Dario di Persia lo era, e allora la lenta, ma inarrestabile marcia in Oriente sembra davvero un remake di quella del re macedone verso gli estremi confini del mondo.

Con un astuto colpo di mano Pompeo prende anche Gerusalemme – e osa entrare, da solo, nel sancta sanctorum del Tempio. Lo trova vuoto, e forse si lascia sopraffare dallo sgomento più che dalla delusione: possibile che al centro di un mondo vi sia il nulla? E’ forse inverosimile che questa scoperta (o non scoperta) acuisca l’insicurezza che lo accompagna da una vita? Tacciono sul punto le fonti, ma sappiamo che al ritorno a Roma Pompeo congeda il suo esercito, sorprendendo chi dava ormai per certa la presa del potere da parte sua.

Il piceno – innalzato e temuto – mostra di non avere la stoffa del tiranno né particolare inclinazione per la politica: si accontenta di essere considerato un semidio e vive come tale, in disparte. Le mosse successive, triumvirato compreso, saranno orchestrate da altri, e persino la discesa in campo contro Cesare sarà frutto di insistenze altrui – di quegli stessi nobiluomini che avevano osteggiato la sua ascesa e adesso, pur disprezzandolo, lo reputano il male minore.

E’ Giulio Cesare l’affossatore della Repubblica – non lui, che mai è stato capace di concepire sogni tanto ambiziosi né di vedere un futuro lontano (ed è oramai un “pensionato” di lusso). Farsalo è l’atto conclusivo, ma in Grecia Pompeo – benché nominalmente comandante supremo delle forze lealiste – è un comprimario che subisce gli eventi oltre che un antagonista ancor più veloce, imprevedibile e spregiudicato di Sertorio.

Fosse dipeso da lui l’avrebbe sfiancato con una guerra di logoramento (pur di muoversi fulmineamente Cesare rinunciava, infatti, a portare con sé le necessarie vettovaglie), ma dopo aver sprecato parecchio tempo in Italia la “vecchia gloria” si lasciò dettare la linea da una manciata di boriosi aristocratici. Prima ancora che la battaglia sia perduta Pompeo abbandona il campo: è una fuga suggerita dalla disillusione, non dalla codardia. Forse lo ossessiona il ricordo di quella stanza vuota in una città straniera, di sicuro si rende conto che il tempo sta per scadere e che la sua debolezza di volontà l’ha condotto all’estrema rovina.

Due parole di conclusione (a mo’ di epitaffio): in un momento di acuto bisogno Roma trovò in lui un affidabilissimo e “salvifico” condottiero dalle pretese in fondo modeste, che la fortuna sollevò in alto senza fornirlo di ali per volare.

Cultura Tags:Antica Roma, Giulio Cesare, Marco Licinio Crasso, Pompeo

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