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Anni ’30-’40: esposizioni di arte contemporanea negli Usa.

Posted on 6 Novembre 20206 Novembre 2020 By Shauni Adami

Nel 1931 viene aperta nel Fuller Building a New York (chiamato anche Flatiron building per la sua forma che ricorda un ferro da stiro) la galleria di Pierre Matisse (figlio del famoso Henrie Matisse).

La collezione, aperta fino al 1981, ha ospitato opere di artisti come Mirò, Picasso, Braque, De Chirico e Matisse Senior. Di rilievo l’esposizione organizzata nel 1942 intitolata Artisti in esilio, la quale mostrava un nuovo carattere universale dell’arte che quindi era opposto al nazionalismo e soprattutto al regionalismo americano. In questo modo si venne a creare un nuovo scambio culturale tra Europa e Stati Uniti, una sorta di metissage, interculturalità con una transazione di forme, colori e volumi.

Nello stesso anno e nella medesima città, furono organizzate altre due mostre altrettanto importanti: Art of this Century e Prime Carte del Surrealismo.

La prima fu organizzata da Peggy Guggenheim, una ricca ereditiera che aveva lasciato l’Europa l’anno precedente e che in America voleva esporre la sua collezione modernista europea; quindi, aprì una galleria/museo divisa in quattro spazi dedicati a mostre permanenti e temporanee. Il progettista, Kiesel, cercò di dissolvere la barriera tra realtà e visione, tra arte e spazio creando immediatezza ed eliminando le cornici dalle tele: troviamo infatti quadri su fili metallici, tele su un trasportatore a nastro e pareti curve in legno rispettivamente della galleria astratta, cinetica e surrealista.

La seconda installazione, voluta dal precedentemente nominato Pierre Matisse e curata da Marcel Duchamp, voleva mettere a confronto le grandi opere dei maestri europei con gli autori americani. Probabilmente il titolo si riferiva ai moduli necessari per ottenere la cittadinanza statunitense e quindi poteva essere letto sia come una dichiarazione ottimistica della nuova vita negli states sia come amara ironia nei confronti di un’identificazione necessaria.

Duchamp allestì la sala principale in modo molto confusionario e ambiguo con l’utilizzo di un groviglio di fili che vennero tesi ad oscurare i quadri e l’entrata con l’intenzione di “negare” lo spazio. Le interpretazioni date dagli studiosi a questo pseudo-labirinto sono molteplici:

  • il groviglio assimilabile alla difficoltà di affermazione dell’arte modernista;
  • il groviglio come ragnatela, nodo, labirinto surrealista che identifica l’inconscio di ognuno di noi come Arianna che cerca l’uscita;
  • il groviglio come ostacolo e difficoltà che trovavano i clandestini arrivati negli Stati Uniti;
  • i fili come transito delle esperienze dall’Europa all’America.

Quindi, in riferimento al titolo, quale sarà il fulcro della nostra questione? Sicuramente l’odio da parte del regime tedesco per l’arte moderna e l’opposto amore per la stessa degli statunitensi.

E con questa frase vi do di nuovo appuntamento a venerdì prossimo!

Cultura Tags:arte, arte contemporanea, Duchamp, galleria, Guggenheim, Matisse, New York

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