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Lampi in un secolo buio

Posted on 15 Gennaio 2023 By Norberto Fragiacomo

L’Impero Romano “classico” – quello cioè incentrato sulla penisola italiana – dura all’incirca cinquecento anni: i primi duecento e passa, che vanno dal principato di Ottaviano Augusto a quello di Caracalla, coincidono con l’ascesa e il consolidamento, gli ultimi due secoli – da Diocleziano in poi – sono segnati da una lenta ma irreversibile decadenza. In mezzo si situa un periodo non breve ma oscuro, poco indagato dagli storici che per definirlo utilizzano in genere la sbrigativa formula “anarchia militare”.

In verità la morte cruenta dell’ultimo dei Severi, il giovane e mite Alessandro (235 d.C.), rappresenta una sorta di spartiacque. Fino ad allora si sono succedute sul trono quattro dinastie: dopo i nobilissimi Giulio-Claudi è stata la volta dei tre Flavi, di estrazione assai più modesta, poi degli imperatori filosofi, tutti imparentati fra loro (nella lista annoveriamo anche Traiano, conquistatore ma optimus princeps), infine dei quattro Severi venuti dal Nordafrica. Augusto e Settimio Severo hanno poco in comune, scaltrezza e spietata determinazione a parte, ma entrambi sono gli incontestati padroni di Roma: i Cesari possono essere vittime di congiure e persino finire assassinati, ma proprio perché la loro autorità è indiscutibile e indiscussa.

Con Massimino il Trace incomincia una nuova era, quella degli imperatori-avventurieri, la cui fortuna si esaurirà spesso nel giro di pochi mesi. Nelle vene dei Severi non scorreva sangue italico, ma essi erano parte integrante dell’élite romanizzata delle province; Massimino è invece il prototipo del barbaro che, arruolatosi come semplice legionario in una terra di confine senza (probabilmente) neppure conoscere il latino, fa rapidamente carriera e, a un certo punto, s’impossessa del potere con uno spregiudicato colpo di mano. Per i quiriti dovette essere uno shock apprendere che un rozzo gigante (era alto 2 metri) dalla forza prodigiosa era stato acclamato imperatore dall’esercito, o meglio: da uno dei numerosi eserciti che, composti da elementi stranieri, presidiavano province lontane e i cui legami con Roma e la romanità erano sempre più labili. L’equipaggiamento standard del soldato del I secolo d.c. – formato da elmo imperiale gallico, lorica segmentata, scudo rettangolare, pilum e gladio – è ormai un ricordo del passato: la forza delle armate si fonda ora sulla cavalleria, armi, corazze e copricapi assumono le fogge più diverse. Le truppe del tardo impero annunciano quelle medievali, anche se la loro consistenza numerica è nettamente superiore e armamenti e protezioni sono di migliore qualità (il fante-contadino vestito di stracci dei secoli successivi è figlio di una società più povera e disorganizzata, in cui l’embrione di Stato non è manco in grado di fornire un corpetto di cuoio e un elmo a chi viene mobilitato per guerricciole stagionali).

Questo viavai di governanti (fino a un attimo prima) sconosciuti e privi di riconoscimento sociale produce nei sudditi un senso di spaesamento e precarietà, acuito dall’insicurezza interna ed esterna. Il venir meno del controllo statale favorisce le attività criminose e – soprattutto – incentiva bande di barbari a compiere incursioni all’interno dei confini imperiali. Chi dovrebbe proteggere i cittadini si comporta sovente da razziatore, ma la guerra civile incessante inevitabilmente provoca l’abbandono delle postazioni di frontiera: come ha rilevato E. Luttwak, in questa situazione la difesa avanzata non è più attuabile e si attua la strategia rinunciataria della difesa in profondità, che in concreto significa arretrare, costringere le città all’autodifesa (tornano in auge le cinte murarie) e lasciare le campagne al loro destino. In aggiunta si profila a oriente una nuova minaccia: quella dei Persiani Sassanidi che, soppiantati i Parti, danno vita a un impero centralizzato ed espansionista, destinato a scontrarsi con Roma (e poi con Bisanzio).

Il fallito assedio di Aquileia da parte di Massimino il Trace (cioè di un imperatore “romano” che attacca una metropoli romana!) è solo un assaggio di tempi nuovi e terribili, ma il prestigio della città caput mundi subirà negli anni seguenti colpi ancor più tremendi: Decio viene disfatto dai Goti e muore in battaglia (251 d.C.), Valeriano – che pure regna per sette anni – finisce i suoi giorni prigioniero del persiano Sapore, che ha battuto il suo esercito (guarda caso) vicino alla fatale Carre (260 d.C.). L’ambizione dei generali è inversamente proporzionale al loro talento bellico. Il nome di Roma non incute più alcun timore, i suoi eserciti difettano di disciplina e si riducono a formazioni raccogliticce, infarcite di mercenari – a sua volta il diffondersi del cristianesimo mina le basi “ideologiche” della Res publica, negandole il ruolo di pacificatore/civilizzatore conferitole dai propagandisti augustei. Se l’economia va a rotoli impoverendo le masse (oramai sempre più distaccate da un’infingarda oligarchia di possidenti che si fanno chiamare honestiores e, come i maggiorenti di oggi, pretendono leggi ad personas) non si può certo affermare che questa sia per la cultura una stagione propizia: prosa e poesia languiscono e si innalzano più sbarramenti difensivi che terme e basiliche.

Non tutti gli aspiranti imperatori risultano però delle nullità: alcuni personaggi meritano la nostra attenzione, anche se biografie e studi dedicati loro scarseggiano. Claudio II e Aureliano sono entrambi di provenienza illirica (al pari dei ben più noti Diocleziano e Costantino) e, a dispetto di nascite oscure, dimostrano sul campo le proprie capacità militari: il primo regna soltanto due anni, ma infligge ai Goti una sconfitta che pare all’epoca definitiva, il secondo eguaglia in perizia i più famosi condottieri del passato. “Più grande ancora (di Claudio il Gotico ndr) fu Aureliano”: mi è rimasta impressa questa frase, dettataci dalla nostra insegnante delle scuole elementari (il quaderno maxi pigna devo averlo ancora da qualche parte, ma rileggere la mia scrittura di fanciullo mi metterebbe – temo – un’insopportabile malinconia). D’altra parte incrocio Lucio Domizio Aureliano ogni volta che, sceso a Roma, mi inoltro nelle stradine di San Lorenzo: le imponenti mura da lui edificate sono ancora in piedi e ospitano intere famiglie. L’uomo nato presso Sirmio restaurò l’impero, vincendo battaglie su tutti i fronti: anzitutto su quello danubiano, ma successivamente parò con successo la minaccia rappresentata da Zenobia di Palmira e, distrutta quella bella città, ripristinò il dominio romano sul Vicino Oriente.

Poco più che sessantenne questo degnissimo sovrano fu assassinato da alcuni traditori, e l’ondata di costernazione generata fra i cittadini dall’assurdo omicidio testimonia del rispetto che quest’homo novus era riuscito in pochi anni a conquistarsi.

Il deterioramento delle condizioni materiali e della “sovrastruttura” impediva a Roma di tornare a essere ciò che in antico era stata, ma l’opera di altri grandi uomini in lotta con la Storia avrebbe permesso all’impero di sopravvivere per un paio di secoli ancora.

 

Cultura Tags:Antica Roma

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