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Gestione pubblica e partecipata dell’acqua: presupposti e potenzialità dell’Azienda Speciale

Posted on 21 Marzo 202121 Marzo 2021 By Umile Daniel Fabbricatore

Abbiamo già analizzato su questa testata come le diffusissime perdite nelle reti di distribuzione siano la principale causa delle crisi idriche sul territorio nazionale e come, tranne per alcune rare eccezioni locali, la gestione del servizio sia regolata dal mercato e dunque indirizzata a massimizzare i profitti degli azionisti. Nell’ambito di una pubblicizzazione su scala nazionale del servizio idrico, i dovuti investimenti per la ristrutturazione dell’infrastruttura idrica potrebbero essere finanziati grazie agli utili delle tariffazioni (che non finirebbero nelle mani dei vari azionisti) e con un fondo apposito attraverso la Cassa Depositi e Prestiti.

Al contrario, è molto diffusa la subdola strategia di “socializzazione dei debiti e privatizzazione dei profitti”, in una logica che vede sistematiche e localizzate operazioni di “pubblicizzazione dell’acqua” affidando la gestione a un soggetto a totale capitale pubblico ma con forma di Società per Azioni, che permette di realizzare tramite interventi finanziati con fondi pubblici i lavori infrastrutturali per poi privatizzare le quote avallando la logica affaristica degli speculatori.

L’unico modo per pubblicizzare realmente la risorsa idrica è quello di sottrarla alla logica del profitto, portarla fuori dal mercato, affidando il servizio a un’Azienda speciale, che gestisca l’acqua a carattere sociale e senza scopi di lucro. I comuni potrebbero gestire attraverso l’azienda speciale tutte e 4 le fasi del servizio idrico integrato (captazione, adduzione, distribuzione e depurazione). Ovviamente un Comune, per poter gestire la prima fase, deve poter usufruire sul proprio territorio della disponibilità di un sito di captazione, e l’eventuale mancanza sarebbe un ostacolo superabile grazie ad accordi tra comuni o attraverso dei consorzi.

La gestione partecipata, attraverso un “comitato civico di controllo” costituito dai rappresentanti dei cittadini, delle associazioni e delle comunità che vivono quel territorio permetterebbe a questi di incidere nei processi decisionali che si riflettono su quel territorio e consentirebbe, ad esempio, un’azione di supervisione sulla fase di depurazione delle acque reflue che è spesso oggetto, data la mancanza di controlli, di operazioni di smaltimento illecito dei rifiuti da parte delle organizzazioni criminali con inquinamento grave del territorio a nocumento della salute dei cittadini che vi abitano.

Ovviamente per realizzare questi sistemi e rendere il servizio efficiente oltre che nell’erogazione del servizio a tariffe vantaggiose anche a livello di manutenzione e rapporto con la cittadinanza, è necessaria una sostanziale pre-condizione: un radicale cambio nella politica amministrativa nazionale per mettere i comuni nelle possibilità di intraprendere questa svolta, recuperando il personale e le competenze tecniche ed economiche che sono state perdute per via dei tagli pubblici e delle politiche di austerità.

Tutto ci riporta dunque al risultato del referendum del 2011 attraverso cui il 95% dei votanti (pari a 25 milioni di italiani) ha abrogato le norme che indirizzavano la gestione dei servizi pubblici locali ai soggetti privati, dimostrato che la volontà popolare privilegia una gestione pubblica e partecipata del servizio idrico e che l’acqua è universalmente riconosciuta come Bene Comune. Purtroppo le numerose leggi di iniziativa popolare presentate in Parlamento non sono state discusse o sono state smantellate tramite gli emendamenti.

Realtà locali illuminate nella politica dei beni comuni possono riuscire a costruire il loro sistema di gestione pubblica e partecipata ma solo una legislazione di carattere nazionale potrà rappresentare il momento di svolta per colmare questo vulnus democratico che il nostro Paese si porta dietro da 10 anni ed è per questo che la battaglia per l’acqua pubblica a livello nazionale rappresenta la “conditio sine qua non” per superare il problema della carenza idrica nel suo aspetto più generale. Come affermato dai movimenti per l’acqua pubblica: “si scrive acqua, si legge Democrazia”.

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