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Madri e figli nelle migrazioni

Posted on 13 Dicembre 2021 By Ivan Volpi

L’immagine rimarrà impressa per molto tempo nella memoria: è quella del corpo di una donna che nel buio della notte, aggrappata ad un ramo, rischia di essere travolta dalla corrente di un fiume. La sua bambina di 10 anni è stata inghiottita dalle acque. Due ragazzi, di diciotto e cinque anni, sono sulla sponda slovena del fiume; un quarto, di tredici anni, è ancora sulla sponda croata e riesce a dare l’allarme. Il dramma si è svolto pochi giorni fa nei pressi del fiume Dragogna, quando una famiglia di cinque persone intenta ad attraversare il confine croato, nel tentativo di entrare in Slovenia, viene sopraffatta dalla forza della corrente. L’intervento della Polizia, che ha filmato i momenti del salvataggio, ha evitato che la tragedia fosse a tinte più fosche.

Parlare di migrazioni obbliga ad uscire dalla semplice cronaca e costringe a fare esercizio di memoria. Significa fare i conti con i mutamenti che si sono susseguiti veloci, tanto a livello nazionale quanto europeo, porta a individuare le linee di (dis)continuità che si intravedono tra i “cambi di rotta” più o meno esibiti: nel nostro caso tutto nasce grazie al “sistema di Dublino” entrato in vigore il primo settembre 1997 con il regolamento 2003/343/CE, e continua con la Legge 132/2018 – cosiddetto “Decreto Salvini” Sicurezza e immigrazione e il Decreto Lamorgese (convertito in L. 173/2020), due leggi che hanno generato politiche migratorie escludenti, e selettive nell’aggravare le condizioni di vulnerabilità delle donne migranti.

Il consistente incremento nel volume di questi flussi negli anni fa parlare gli esperti di una chiara tendenza verso un processo di femminilizzazione dell’immigrazione, non più vista come un fattore estrinseco di mutamento legato al ricongiungimento familiare di compagne e mogli venute in Italia al seguito dei loro uomini, ma come un elemento connesso ad altri fenomeni, espressione del libero mercato quali la richiesta di colf, badanti, bambinaie, cuoche, cameriere, operaie e  donne da sfruttare sessualmente.

Studi recenti mostrano come vi sono donne che emigrano per prime, raggiungendo il nostro paese sempre più spesso autonomamente. Il nuovo ruolo attribuito alle donne le porta ad essere capaci di agire attivamente e influire su situazioni e contesti. In riferimento a questa idea vale forse la pena di citare un testo importante che mette in crisi alcuni stereotipi: Scheherazade Goes West: Different Cultures, Different Harems di Fatima Mernissi tradotto in italiano con il titolo L’harem e l’Occidente. La sociologia e scrittrice marocchina ci consegna una lettura illuminante di due narrazioni divergenti sviluppatesi in Occidente e nei paesi musulmani sulla questione dell’harem. L’autrice osserva come le idee sull’harem dei giornalisti occidentali si basino su rappresentazioni orientaliste dove le donne nell’harem sono dipinte come nude, passive e pronte a soddisfare tutti i desideri degli uomini. Al contrario, le donne nell’harem che sono raffigurate come attive e incline alla lotta, sono spesso ritratte nell’atto di viaggiare o combattere, evidenziando in questo modo come bellezza, intelligenza e attività vadano di pari passo. Nel mondo occidentale, prevalgono invece rigidi standard estetici da taglia 42: ciò che Mernissi chiama l’“harem occidentale”, quello che costringe le donne a rimanere paralizzate e aggrappate al loro ramo mentre gli uomini le salvano o competono per il potere.

Prima Pagina, Sguardo sul Territorio Tags:confine, immigrazione, noborders, sfruttamento, trattadelleschiave

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