A proposito della designazione augustea di Tiberio a successore Svetonio esprime un’opinione nient’affatto peregrina, anche perché esplicitamente fondata su fonti da lui consultate: “Tuttavia non posso essere indotto a pensare che un principe tanto circospetto e prudente abbia agito in maniera avventata, soprattutto in un affare di tanta importanza; credo invece che abbia soppesato i vizi e le virtù di Tiberio e abbia giudicato maggiori le virtù, specialmente se si considera che giurò davanti all’assemblea che lo adottava nell’interesse della repubblica, e che in alcune lettere lo giudica grandissimo generale e unico presidio del popolo romano (Tiberio, XXI)”.

Nel prosieguo del racconto, tuttavia, l’antico biografo lascia in ombra le virtù e si sofferma compiaciuto sui vizi, che descrive profondendosi in particolari spesso scabrosi. Egli non perviene a una sintesi convincente, a differenza di Tacito che ci presenta la vicenda di Tiberio come esemplificativa dell’azione corruttrice esercitata dal potere assoluto su un uomo pur provvisto di notevoli qualità. Svetonio origlia aneddoti improbabili e voci malevole con cui condisce una narrazione frammentaria: il minimo comune denominatore è per l’appunto la dissimulazione, l’onnipresenza di secondi fini che macchiano anche le azioni più meritorie.

Tiberio sarebbe falso per natura, crudele, avaro e – nell’ultima fase dell’esistenza – avrebbe dato libero sfogo alle sue inconfessate libidini. Un mostro con la faccia d’uom giusto oppure un ritratto tendenzioso e deformante? Vediamo le carte, provando a sceverare il grano dal loglio, che nelle “Vite dei dodici Cesari” cresce abbondante.

Se il primo delitto imputato al nuovo ma già anziano imperatore è la soppressione del possibile rivale Agrippa Postumo (forse ordita nella realtà dalla tremenda Livia, madre di Tiberio e “sponsor” della sua ascesa) quello più clamoroso è il presunto avvelenamento del figlio adottivo Germanico, di cui il princeps sarebbe l’occulto mandante – talmente occulto che in duemila anni non è emersa alcuna prova a suo carico. C’è però il movente, ci assicurano: l’invidia per i successi militari colti dal giovane mista al timore che egli aspiri a prendersi il trono.

La prima accusa suona paradossale, considerate le capacità non minori dimostrate sul campo di battaglia da Tiberio nel corso dei decenni: dopo la disfatta di Varo è lui che Augusto invia in Germania per ricomporre i cocci, e Tiberio assolve la sua missione con pieno successo mettendo in sicurezza il confine. Certo, stile di comando e condotta sono agli antipodi: mentre lo zio è prudente e meticoloso, il nipote si dimostra irruento e amante del rischio. Non è solo questione di carattere: le imprese belliche di Germanico oltre il Reno inorgogliscono i romani, ma appaiono in patente contrasto con la strategia tiberiana di tenere a bada i germani senza provare ad annettere un territorio povero e privo di attrattive.

Germanico riprende invece la politica espansionistica di Augusto, e il preoccupato scontento del monarca appare comprensibile: magari inconsciamente l’erede sta sconfessando la sua politica. La malattia e la morte, tuttavia, sopravvengono in un momento successivo, dopo che Germanico ha più volte offerto prove di fedeltà al principe e ne è stato premiato (ennesima manifestazione di doppiezza, per Svetonio): ad essere rosa dall’ambizione è piuttosto la moglie Agrippina, che del sovrano diverrà la più spietata accusatrice.

Tiberio reagisce e la sventura si abbatte sulla famiglia dell’erede premorto: non è dato sapere se Agrippina maggiore e i figli Nerone e Druso abbiano effettivamente complottato contro il principe, ma la loro ostilità nei suoi confronti era palese e l’arrivista Seiano, nuovo prefetto del pretorio, ebbe buon gioco a sobillare un animo già sospettoso di suo. Fatto sta che il figlio superstite, Gaio detto Caligola, sarà accolto a Capri e succederà all’imperatore.

Quanto ai rapporti con il senato, Tiberio inizia con il proverbiale piede giusto, ostentando deferenza e coinvolgendone i membri nelle decisioni più importanti, ma ben presto egli si rende conto che da quella massa di cinici adulatori può attendersi più facilmente intrighi che collaborazione sincera. Rifiuta con sarcasmo la proposta di intitolargli il mese di settembre (risponde tranchant: come farete con il tredicesimo imperatore?) e scorge in molti senatori, dietro pose ed espressioni devote, la brama malcelata di toglierlo di mezzo e reinstaurare il precedente regime oligarchico.

Stronca le congiure colpendo con la durezza dettata dai tempi e da consiglieri interessati: può darsi ci vada di mezzo qualche innocente, ma le minacce alla sua persona sono tutt’altro che immaginarie. Con i nemici dichiarati, invece, esibisce un’insospettata clemenza: al re del Norico Maroboduo, capace di costruire uno stato sul modello di quello romano e di destreggiarsi con sagacia tra germani e quiriti, sarà concesso dopo la sconfitta di terminare i suoi giorni in una villa affacciata sull’Adriatico – sorte ben diversa da quella che Giulio Cesare, spesso citato come esempio di clementia, riserverà al cavalleresco e sfortunato Vercingetorige. In sintesi, malgrado l’influsso di Seiano, l’imperatore non mostra alcuna tendenza a fare gratuitamente il male – al più possiamo dire che il suo fare brusco e sovente sprezzante stride con la bonomia costantemente simulata dal predecessore, che pure era uomo di pochissimi scrupoli.

Il mito dell’avarizia, pur contraddetto dai fatti, deriva forse dalla decisione di Tiberio di porre un freno ai guadagni di teatranti e gladiatori, che dispiacque a ricchi e miserabili. Per il resto egli abbassò le tasse persino ai provinciali – fedele al motto che le pecore vanno tosate, non scorticate – e, in occasione di pubbliche calamità, fece generose elargizioni ai cittadini. Cionondimeno rimpinguò l’erario, e alla sua morte le finanze pubbliche risultavano floride come non mai, a dimostrazione che si può essere eccellenti amministratori senza imporre ideologiche e devastanti politiche di austerità.

Resta la taccia di lussuria e pedofilia, legata all’autoesilio a Capri e divenuta proverbiale. Svetonio anticipa MeToo: affastella accuse infamanti e circostanziate con un compiacimento da pornografo che nulla ha da invidiare a un de Sade. Fanno difetto le prove, non una pruriginosa fantasia. I fatti sono questi: da giovane Tiberio non dà adito a scandali, praticando addirittura la monogamia (Giulia lo desidera, lui resta fedele alla moglie finché Ottaviano non lo forza al ripudio); la morale romana dell’epoca è talmente rilassata che accuse di impudicizia verranno rivolte perfino a Cesare e Augusto, due “intoccabili”; i festini della classe alta rassomigliano a cene eleganti nell’accezione berlusconiana.

A Capri però il vecchio “caprone” abbandona ogni ritegno e si dà alle orge con i ragazzini, confidando che nessuno lo veda. Ci sono dei testimoni? Può darsi, ma comunque si fanno vivi dopo che il princeps è morto per sputare veleno su una memoria già dannata. Probabilmente inventano, di sicuro esagerano – e la diceria viene diffusa da una folla che non ha mai perdonato a Tiberio la sua assenza, lo schifo da lui provato per masse e ottimati. Si è rintanato come un sorcio per occultare le sue lordure: ecco una ricostruzione che può soddisfare tutti. Magari falsa, ma confortante e quasi credibile.

Rinchiuso nel paradiso di Villa Iovis l’imperatore è solo, esacerbato e triste: scrive per discolparsi – al senato e a se stesso. Rimpiange forse di non essere morto prima, e di aver accettato quel grave fardello che ha pesato per tanti anni sulle sue spalle larghe, ma incurvate dai lustri e dalla delusione. Ha eseguito il suo compito da “conservatore” nel senso proprio del termine, cioè da manutentore di un’opera innalzata da altri; ha difeso con tenacia la creazione di Augusto, soffocando dubbi e obiezioni, e adesso – ormai alla soglia delle ottanta primavere – cerca una persona degna cui passare il testimone. A differenza di Ottaviano non la trova, ed è per questo – non per attaccamento al potere – che in punto di morte si rimette amareggiato l’anello al dito.

(Fine della seconda e ultima parte)