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Un americano (mai troppo) tranquillo

Posted on 16 Aprile 2022 By Norberto Fragiacomo

Non sono poi così rare in letteratura le opere dal sapore “profetico”, nel senso che forniscono ai posteri una sorprendente chiave interpretativa di eventi e fenomeni verificatisi decenni o addirittura secoli dopo la loro stesura.

Più che sull’arte della divinazione questa capacità prognostica si fonda sull’acume e l’esperienza di singoli autori che, anziché concentrarsi sulla propria interiorità, hanno approfondito senza pregiudizi la conoscenza del mondo esterno e delle sue dinamiche politico-sociali: uno di costoro è senz’altro il britannico Graham Greene (1904-91) che, nei primi anni ’50, pubblicò il romanzo dal titolo The quiet american, vale a dire “L’americano tranquillo”, che ebbi modo di leggere in gioventù. Prima di dedicarsi alla scrittura Greene aveva fatto parte dei servizi segreti inglesi, e in tale veste aveva girato il globo, raccogliendo preziose informazioni che saranno alla base della sua produzione letteraria. Il protagonista del libro, ambientato nel Vietnam in rivolta contro la dominazione coloniale francese, è un alter ego dello scrittore: si chiama Fowler, è inglese, ha una cinquantina d’anni e vivacchia facendo l’inviato di guerra nella capitale Saigon. Il nostro è un uomo non privo di qualità, ma cinico, disilluso e inconcludente: separato non solo fisicamente dalla moglie (che, rimasta in Inghilterra, non gli concede il sospirato divorzio), ha intrecciato una relazione con una ragazza del posto, che senza troppa convinzione si ripromette di sposare. In quest’universo decadente e marginale, dove giornalisti senza più stimoli pensano più a sorseggiare bicchieri che a scrivere articoli, irrompe d’improvviso un personaggio di tutt’altra pasta: è Alden Pyle, un giovane laureato americano (ad Harvard, mica in provincia!), che col suo idealismo e la sua vivacità sconvolge la vita degli anziani corrispondenti – e in particolare quella stagnante di Fowler, magistralmente interpretato sul grande schermo da Michael Caine. Pyle si innamora della compagna dell’inglese e la prende con sé, prospettandole un futuro migliore e “onesto”: ciononostante fra i due uomini si instaura un ambiguo rapporto di amicizia, perché Fowler rimane attratto, all’inizio, dall’apparente candore dello statunitense, che gli ricorda quello di un missionario e forse la sua remota giovinezza. Pian piano però l’inglese incomincia a rendersi conto che le appassionate dichiarazioni dell’altro sono intrise di uno spiazzante fanatismo: Pyle cita a ogni piè sospinto le dottrine di tale Harding, un politologo americano, e invoca una misteriosa “terza forza” che dovrebbe garantire al Vietnam stabilità e benessere. Si scopre pian piano che questa terza forza – alternativa tanto alla dominazione francese quanto all’organizzazione comunista dei Viet Minh – coincide per l’appunto con gli States: l’obiettivo perseguito è l’ingresso del Paese asiatico nella sfera di influenza statunitense, da propiziare con qualsiasi strumento utile. Il giovane americano tratta con un corrotto signore della guerra locale per realizzare i suoi scopi, e non lesina sforzi: il pur navigato corrispondente viene a sapere per caso che il suo amico-rivale è in realtà un agente della CIA. Pyle è a suo modo un “puro”, ma per lui il fine – il compiersi del destino manifesto – giustifica qualsiasi mezzo: iniziano a verificarsi stragi di civili di cui vengono incolpati i guerriglieri comunisti, ma la cui responsabilità ricade sull’intraprendente agente USA. Colpisce il fatto, nel libro come nel film, che l’americano non prova rimorsi né nutre alcun dubbio sulla giustezza della sua causa: è lo sgomento di fronte a un atteggiamento per lui incomprensibile, più che la gelosia verso il giovane rivale, a indurre il giornalista inglese – pur riluttante – a consegnare Pyle ai Viet Minh, che finalmente se ne sbarazzano. Il “premio” per Fowler sarà il ritorno della giovanissima Phuong che, perso il nuovo fidanzato, si riconcilia con il vecchio amante.

Il romanzo non è “tutto qua”: c’è una bella descrizione del Vietnam coloniale, di serate che si stiracchiano senza senso, e non mancano dialoghi intriganti. The quiet american però è assai più di un triangolo amoroso in terra esotica o di un semplice romanzo di spionaggio: possiamo leggerlo come una metafora di una situazione allora in divenire, ma già definita nelle linee di sviluppo. Fowler impersona il vecchio mondo: la Gran Bretagna e in fondo l’intera Europa occidentale, uscite esauste e fiaccate dalla guerra mondiale. Sono venute meno le energie spirituali al pari di quelle fisiche, e al futuro si guarda con rassegnato disincanto: impossibile perciò trattenere Phuong, attratta da un “nuovo mondo” esuberante, suadente e sicuro di sé. Consci di essere assurti a prima potenza globale, gli Stati Uniti aspirano a rimodellare popoli e nazioni a loro immagine e somiglianza e a imporre un’egemonia che gli spetta “di diritto”: ogni opposizione va spazzata via, perché il mero tentativo di contrastare le loro pretese costituisce una colpa inemendabile, quasi un intralcio al disegno divino. Alden Pyle è il prototipo letterario di un’inquietante schiera di uomini e donne che, dall’immediato dopoguerra in poi, destabilizzeranno interi continenti e semineranno stragi (si pensi a quella dei comunisti in Indonesia negli anni Sessanta) con l’incrollabile certezza di avere ragione, sempre e comunque. L’esportazione della finzione scenica chiamata democrazia (occidentale), cui assistiamo inebetiti da una trentina d’anni, è la prosecuzione, sotto copertura ideologica di un racconto semplicistico e ben congegnato, di una politica spregiudicata che già andava affermandosi ai tempi di Ho Chi Minh e Mossadeq e che Greene, grazie al suo talento di osservatore, riuscì a riconoscere prima di altri, denunciandola in tono asciutto ai contemporanei. Anche se nel giro di pochi, densissimi decenni la potenza statunitense è invecchiata in apparenza di secoli e oggi assomiglia a un impero in lento declino (ma la caduta è ancora lontana!), essa mantiene sostanzialmente inalterati alcuni tratti “caratteriali” che sbigottirono il pur esperto narratore d’oltremanica: il convincimento di essere investita di una missione salvifica, una doppia morale che ha più a che fare con il fanatismo e un’arrogante sicumera che con l’ipocrisia, un disprezzo di fondo per le esigenze e i modi di vivere degli altri popoli, cui applicare la massima latina parcere subiectis et debellare superbos.

Anche se in personaggi come Kissinger, Madeleine Albright (da poco scomparsa), George W. Bush, Hillary Clinton e Joe Biden, solo per citare qualche nome, fatichiamo a intravedere la “purezza d’intenti” dell’americano (non troppo) tranquillo è tuttavia possibile scorgere, dietro le loro azioni deplorevoli se non apertamente criminali, una doppiezza che suscita ancor più spavento se la giudichiamo in qualche misura inconsapevole.

Nella mente di costoro la verità è una sola, ed è sempre, invariabilmente al servizio degli interessi statunitensi: per gli avversari, effettivi o potenziali, l’unica scelta è tra assoggettarsi e soccombere.

L’odierna crisi ucraina, già tragica di suo, potrebbe avere un epilogo terribile – perché la sfida di Putin non può essere tollerata da chi reclama l’universo mondo come sua proprietà inalienabile.

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