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La lenta agonia della Pilosio

Posted on 21 Dicembre 2020 By Ivan Volpi

“Ci definiscono una start up vecchia di 50 anni perché abbiamo cambiato radicalmente il nostro business diventando una società nuova”.

“Quando sono arrivato in Pilosio, l’azienda aveva un portafoglio ordini al 90% per lavori in Italia. Una situazione tipica di tante imprese del settore. Così si muore. Oggi fatturiamo il 50% all’estero”.

A rileggere certe frasi vengono i brividi. Pilosio, realtà del settore delle attrezzature per costruzioni e manutenzioni fondata nel 1961, è un’azienda che produce ponteggi e casseforme per muri in elevazione, solai e sistemi di contenimento terra, attrezzature destinate sia ai mercati di vendita che di noleggio. In forte difficoltà fin dal 2009, era specializzata anche nella progettazione, nella costruzione e nella vendita di strutture per lo spettacolo come palchi, tribune, coperture e torri audio e video. La sede dell’azienda si trova a Tavagnacco, alle porte di Udine. Arrivata ad occupare complessivamente 200 addetti ha registrato fatturati pari a 26 milioni di euro (+30%) nel 2011 con una quota export nello stesso anno pari al 50%. Sebbene le numerose commesse e gli importanti progetti in Nord Africa, Stati Uniti e Canada, Sud America, Medio Oriente, Est Europa e Russia in collaborazione con partner come Rizzani De Eccher, l’azienda non è riuscita a superare le debolezze sul mercato italiano o a vincere le sfide sullo scenario estero, schiacciata dalla competizione con imprese medio grandi (tedesche in primis) che fissano ponteggi e casseforme per l’industria di mezzo mondo.

Controllata dalla PM Group, società italiana che opera nel settore delle gru, delle piattaforme aeree e dei ponteggi e, più in generale, delle strutture per l’edilizia, nel 2014 passò sotto il controllo della statunitense Manitex International Inc attraverso un’operazione accordo siglato con le banche creditrici (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bper, Unipol e Bnl) che prevedeva la conversione di 47,5 milioni di euro di crediti in azioni di nuova emissione. Contestualmente il fondo britannico Columna Capital acquistò la controllata Pilosio spa mediante Polo Holding, fondo che si impegnò a investire inizialmente 8 milioni di euro e a ristrutturarne il debito per 3,5 milioni. Purtroppo queste mosse finanziarie non furono sufficienti a risanare la società che nel luglio del 2017 fu costretta a depositare presso la cancelleria del Tribunale di Udine il ricorso per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo con riserva. Alla sua approvazione da parte dei creditori, l’amministratore di allora, Johann Strunz, diceva: “Con questo decreto sono stati riconosciuti gli sforzi che tutta l’azienda, dai reparti produttivi agli uffici, hanno sostenuto in questo ultimo anno e mezzo: la direzione è molto fiduciosa sulla veloce ripresa dell’azienda”.

A poco sono valse le grida di allarme dei sindacati e le lotte dei lavoratori durante gli ultimi tre anni. Martedì si è aperto il sipario sull’atto finale. L’assemblea dei soci riunita in seduta straordinaria ha deliberato la messa in liquidazione della società e le parti sociali hanno proclamato lo stato di agitazione e richiesto la Cigs per i 50 dipendenti rimasti.

Sguardo sul Territorio Tags:Cigs, lavoro, Pilosio

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