Dei tre figli di Amilcare Barca (=Fulmine, così soprannominato per la rapidità dei suoi colpi di mano) Magone è senz’altro il meno famoso: di lui non conosciamo neppure l’anno di nascita, anche se ci risulta che sia morto nel 203 a.C. su una trireme diretta a Cartagine.

Al pari di Asdrubale trascorse la prima giovinezza in patria: l’insigne genitore aveva portato con sé in Spagna il solo Annibale, che si impratichì ben presto nell’arte militare e, assunto il comando dell’esercito punico, ripartì i compiti tra i fratelli minori – ad Asdrubale affidò il governo dell’Iberia, mentre a Magone ordinò di seguirlo in Italia. Quanti anni poteva avere il terzogenito? Annibale, nato nel 347 a.C., ne ha 29 quando traversate le Alpi irrompe nella pianura padana: visto che Asdrubale è di due anni più giovane di lui possiamo ipotizzare che alla battaglia della Trebbia – cioè quando fa il suo esordio sul palcoscenico della Storia – il minore dei tre fratelli abbia 24-25 anni. Non un ragazzino, dunque, ma un uomo fatto, cui il comandante in capo affida un incarico di rilievo: deve acquattarsi con qualche migliaio di soldati fra la bassa vegetazione che cresce lungo le rive del fiume e poi, nella fase culminante dello scontro, sbucare alle spalle dei romani per infliggere loro il colpo di grazia. Magone Barca dimostra tempismo e abilità: la rotta dei nemici alla Trebbia è anche opera sua. Annibale è compiaciuto: fra i Barcidi fortissimo è il legame familiare, ma il condottiero, nella scelta dei suoi capitani, dà la precedenza al merito. Magone combatte al suo fianco a Canne, e in una giornata funestissima per le legioni dà nuovamente buona prova di sé: a questo punto il fratello, confidando nelle sue qualità (anche) diplomatiche, decide di spedirlo a Cartagine per farsi assegnare gli agognati rinforzi. Cammin facendo Magone sottomette Bruzio e Lucania; quindi, dinanzi all’attonito senato punico, vuota sul pavimento un sacco contenente centinaia e centinaia di anelli appartenuti a senatori e magistrati romani caduti combattendo. Il gesto è teatrale, l’impressione enorme: l’assemblea vota l’invio di nuove truppe, ma pessime notizie in arrivo dalla penisola iberica scombinano in extremis i piani dei due fratelli. Un’armata romana guidata da due Scipioni (il padre e lo zio del futuro Africano: la seconda guerra punica è un intreccio di storie di famiglia!) ha colto di sorpresa i cartaginesi: Asdrubale Barca è stato battuto sull’Ebro e versa in gravi difficoltà. Anziché verso l’Italia Magone deve dirigersi in Spagna: lo fa con l’abituale celerità e, riunite le proprie forze con quelle del secondo dei Barca, riesce ad avere il sopravvento sugli invasori, che muoiono entrambi nella pugna. Di chi è il merito principale? Magone si mette in mostra sul campo, ma anche stavolta combatte agli ordini di un fratello, che detiene il comando supremo (e a cui spetta l’ultima parola in fatto di strategia). La minaccia legionaria è stata comunque efficacemente parata, e ora l’Iberia è nelle mani degli eserciti nordafricani – ben tre, contando anche quello capitanato da Asdrubale di Giscone, sopraggiunto nel frattempo.

Forse sarebbe ora di passare in Italia per dare manforte ad Annibale, ma Asdrubale ha un compito da svolgere e neppure il terzo fratello si muove: immagino che, assetato di gloria, morda il freno, ma troppo vaghi sono gli accenni alla sua indole perché noi si possa fare fondate congetture su quale fosse il corso dei suoi pensieri. Non è escluso che, ammirando i consanguinei più anziani (anche se di poco), accetti di buon grado il ruolo di gregario: quel che è certo – almeno ad avviso degli storici – è che i cartaginesi sprecano una ghiotta occasione, dando tempo al nemico di riorganizzarsi. Sarà un altro Scipione (lui sì giovanissimo all’epoca) a rompere lo stallo, sbarcando nei pressi di Cartagena e iniziando a cogliere un successo dopo l’altro: dapprima prende d’assalto la capitale barcide, erroneamente ritenuta inespugnabile, poi a Baecula infligge una netta sconfitta ad Asdrubale, che riesce a disimpegnarsi e finalmente prende la via dell’Italia. Rimangono in campo il suo omonimo (esperto soprattutto di ritirate, chiosa malignamente Polibio) e per l’appunto Magone, cui la Storia offre un inatteso ruolo da protagonista.

Il terzo dei Barca, purtroppo per lui, si trova a fare i conti con un genio militare che non gli dà quartiere e lo batte a più riprese: l’ultima volta – quella decisiva – a Ilipa, dove l’esercito punico viene letteralmente annientato. L’Iberia è stata perduta in un battibaleno: Magone, frastornato e caparbio, prova a resistere chiudendosi nella città fortificata di Cadice, ma nulla sembra poter fermare i romani e il Barcide, di nuovo umiliato, fa vela per le Baleari. I successi colti in gioventù sono ormai uno sbiadito, quasi beffardo ricordo; quel che è peggio l’indiscussa superiorità tattica e strategica dimostrata dal nuovo comandante romano, la sua assoluta imprevedibilità gettano una luce sinistra sul prosieguo del conflitto. Annibale ha trovato un avversario pienamente alla sua altezza: Magone che, malgrado le disfatte patite, non è uno sprovveduto deve rendersene conto e forse per questo – per avvertire il venerato fratello del pericolo incombente – opta, riordinato quel che resta delle schiere, per un’avventura in Italia. Prende terra in Liguria, cioè molto lontano dalla zona delle operazioni, e potremmo chiederci il perché di una scelta in apparenza singolare: non avrebbe potuto dalla sua base insulare raggiungere direttamente il Meridione, ove Annibale è impegnato in un’inconcludente campagna? La risposta è scontata, se si tiene conto che Magone è alla guida degli sfiduciati rimasugli di un’armata: egli sa di dover rimpolpare le sue fila, il disegno – in verità arrischiato – è quello di arruolare il maggior numero possibile di liguri e celti, irriducibilmente ostili all’Urbe, e attraversare rapidamente la penisola per poi tentare il ricongiungimento con il contingente di Annibale. Le possibilità di successo sono minime, ma ogni altra strada è sbarrata – e la madrepatria corre un grave pericolo. Gli autoctoni si lasciano persuadere dalle parole del terzo Barcide e accorrono sotto le sue insegne: la città di Genova, alleata dei romani, è assalita, saccheggiata e distrutta, ma quando tenta di penetrare nella pianura padana Magone si vede sbarrare il passo da un forte esercito romano. La battaglia è inevitabile. Il punico mostra di aver appreso qualcosa da due eccelsi maestri: sempre nel vivo dello scontro coordina al meglio i movimenti delle truppe che a lungo tengono a bada i legionari. L’esito permane incerto fino a quando Magone non riceve un colpo di lancia alla gamba: i suoi uomini riescono a metterlo momentaneamente in salvo, ma poi si disuniscono e ripiegano con ingenti perdite. I romani non li inseguono: anche per loro è stata una dura giornata.

Con le residue energie il duce cartaginese sovrintende all’imbarco delle truppe, battute ma non dome: quei guerrieri poco disciplinati saranno il suo estremo dono per Annibale – intuisce Magone che la guerra si deciderà in Africa, maledice il Fato che gli nega un’ultima prova agli ordini del fratello. Muore – presumibilmente di setticemia – su una nave da guerra in rotta verso il sud, nel mar ligure o forse nel Tirreno. Sarà la fantasia di un grande lirico a immortalare la fine dell’eroe, freddamente descritta da Tito Livio: su un’antologia scolastica delle superiori scoprii “il lamento di Magone”, tratto dal poema latino Africa di Francesco Petrarca, e il contenuto amaro di quei versi mi rimase impresso. A distanza di tanti decenni sono andato a ripescarli nella rete: il moribondo riflette mestamente sulla caducità della gloria terrena e l’inanità dei nostri sforzi. “A che mi serve aver costruito alti palazzi adorni d’oro su mura di marmo, se io dovevo per sinistro destino morire così sotto il cielo? Carissimo fratello, quali imprese prepari nell’animo, ahi, e ignaro dell’acerbo fato, ignaro di me? Disse, lo spirito s’alzò, libero nell’aere tanto da poter rimirare dall’alto a pari distanza e Roma e Cartagine, fortunato di partire anzitempo, prima di vedere l’estrema rovina e il disonore che attendeva le armi famose e i dolori del fratello e i suoi insieme e della patria”.

A nessuno dei Barca l’ingrato destino concesse di chiudere gli occhi sul suolo patrio.