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Il pubblico impiego di fronte alle sue fragilità

Posted on 30 Novembre 2020 By Ivan Volpi

Da quest’anno interessanti dati riferiti ai lavoratori dipendenti del settore pubblico sono disponibili grazie alla soppressione dell’Inpdap (Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell’Amministrazione Pubblica) e al successivo trasferimento delle relative funzioni all’Inps. Sono diventati accessibili ed elaborabili tutta una serie di dati statistici che possono essere comparati a partire dall’anno 2014. Pochi giorni fa i primi risultati sono stati presentati dall’Ires grazie al ricercatore Alessandro Russo che ha portato alla luce alcune significative evidenze.

Nel 2019 in Friuli Venezia Giulia si contavano infatti quasi 89.000 dipendenti pubblici, 717 in meno rispetto all’anno precedente (-0,8%) ma 2.375 in più rispetto a cinque anni prima (+2,7%); oltre la metà sono impiegati nella Scuola e nel Servizio Sanitario.

                                       

Fig. 1 – Dipendenti pubblici in FVG, 2014-2019

I dipendenti della Sanità sono aumentati di oltre 850 unità tra 2014 e 2018, mentre il 2019 ha fatto segnare una flessione (-363); la variazione nell’intero periodo considerato è complessivamente positiva e pari a +2,4%.

In generale assistiamo ad una crescita dei rapporti di lavoro a termine, spiega Russo, che evidentemente negli ultimi anni non ha riguardato solo il settore privato. I lavoratori a tempo determinato nel settore pubblico regionale sono infatti cresciuti di circa 2.500 unità nel periodo considerato (+33,1%, contro un +17,7% registrato a livello nazionale), mentre quelli a tempo indeterminato sono rimasti sostanzialmente stabili (-0,2%). Il comparto della Scuola è quello che presenta l’incidenza maggiore dell’occupazione a tempo determinato, che riguarda oltre un quarto dei dipendenti (27,4%).

                                           

Fig. 2 – % occupati a tempo determinato per gruppo contrattuale, FVG 2019

La retribuzione media dei dipendenti pubblici, in termine di imponibile previdenziale annuo, è suscettibile di una notevole variabilità, passando da retribuzione media pari a 45.200 euro all’anno negli atenei e negli enti di ricerca, a cifre inferiore di oltre 20.000 euro nelle scuole, dove incide negativamente la componente precaria.

In fine quel che riguarda i soli contratti indeterminati full time si evince che le donne guadagnano in media circa il 19% in meno rispetto agli uomini: nella Sanità si rileva il divario più ampio, pari a quasi il 23% in meno.

Detto in parole semplici e leggendo i dati fin nei minimi dettagli, possiamo dire che ci troviamo di fronte a   sacche importanti di precarietà e a significativi squilibri salariali, anche all’interno dello stesso comparto. Le recenti proteste del mondo della sanità e della scuola che lo stanno vivendo sulla loro pelle ce lo stanno ricordando ogni giorno. Sebbene il clima non sia dei migliori e quotidianamente si allunghi la lista di chi descrive i lavoratori pubblici come esageratamente garantiti chiedendo addirittura tagli alle loro retribuzioni, in nome di un’eguaglianza al ribasso con altri settori di lavoro provati dalla crisi economica, l’attenzione deve rimanere alta. I fondi messi a disposizione dalla nuova legge di bilancio per il 2021 non convincono. Un tema su tutti le coperture per il rinnovo del CCNL per il quale c’è stata la pronta reazioni di tutte le forze sindacali, da quelle di base a quelle confederali. Le richieste delle parti sociali sono chiare: maggiori investimenti, assunzioni stabili e sicurezza. La strada è certamente in salita ma il malcontento è generalizzato e non potrà non essere ascoltato.

Sguardo sul Territorio Tags:contratto, lavoro, pubblico impiego

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