Clima elettrico

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Il clima sta cambiando non solo a causa dell’azione antropica sulla natura, come ci stanno dicendo Greta e i ragazzi del Fridays For Future da qualche tempo a questa parte, ma anche per il mutato quadro legislativo nazionale del settore idroelettrico. Il nuovo ambito ha fatto alzare la tensione politica e reso quest’aria autunnale più frizzante.

In tutto il mondo e da noi in particolare, il problema della reperibilità e dello sfruttamento delle risorse idriche secondo una visione di bene pubblico, ha raggiunto un elevato grado di sensibilità sociale e una diffusa capillarità territoriale. Con questi intenti ma in un clima storico più vicino all’idea di nazionalizzazione che a quella di privatizzazione, nel 1956 nasceva un ente che ancora oggi è al centro dell’attenzione: il Consorzio dei Comuni del Bacino Imbrifero del Tagliamento, BIM. La funzione istituzionale sino ad ora svolta dal BIM è quella di “favorire e sostenere lo sviluppo economico e sociale del territorio amministrato”; nel concreto si tratta della riscossione dei sovraccanoni dai produttori di energia idroelettrica e dell’utilizzo di tali proventi direttamente o attraverso gli stessi Comuni.

In questo contesto il disegno di legge regionale 107 sulle Grandi Derivazioni d’acqua a uso idroelettrico (quelle afferenti a impianti idroelettrici aventi una potenza nominale media pari ad almeno 3 MW) approderà in Consiglio regionale a Trieste a fine ottobre: cuore del provvedimento è la regionalizzazione della proprietà delle opere idroelettriche. Stiamo parlando di 388 concessioni e, solo per prendere il caso particolare delle centrali A2A, con Somplago e Ampezzo in prima fila, di una potenza di “fuoco” di 235 MV. Verranno tutelati gli interessi privati o quelli pubblici? Quelli degli attuali gestori oppure quelli del territorio e delle comunità locali? Sono necessarie scelte radicali rispetto ad una politica che ha costretto una risorsa, l’acqua, ad essere a disposizione del mercato. Negli anni non abbiamo avuto significative ricadute occupazionali, abbiamo registrato diseconomie di gestione, opacità e significative ripercussioni ambientali; tutti elementi clinicamente ascrivibili a quella patologia che prende il nome di emorragia democratica.

Infine, se allarghiamo maggiormente lo sguardo non possiamo fare a meno di notare che l’ultima parola sul tema ce l’ha sempre il diritto dell’UE che, per bocca dei suoi commissari, si è già fatto sentire attraverso lettere di richiamo e di messa in mora spedite giù a Roma. Le linee guida da seguire, ci dicono, devono essere la Direttiva sui servizi 2006/123/CE (cd.Direttiva Bolkenstein) e del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), in particolare, ai sensi dell’articolo 49TFUE, sulla libertà di stabilimento e dell’articolo 57 TFUE, sulla definizione dei servizi.